Blog – Claudio Magris (“Segreti e no”, p. 12),
riferendo di un non specificato convegno a Lione, pone “la grande differenza
fra il romanzo e il blog” - tale da rendere quest’ultimo molto meno
interessante - nel fatto che “il blog manca di sottintesi, di sensi nascosti,
di segreto”. La verità del chiaroscuro.
Dialetto – In Hebel, Johann-Peter, l’agrarista svevo (alemanno), poeta
e narratore della Foresta Nera, “l’amico di casa” di Heidegger, produce i più
bei racconti della lingua tedesca. A giudizio di molti ottimi tedeschi: Hesse,
Adorno, Canetti, Reich-Ranicki, attesta Wikipedia.
Di Heidegger si può capire – supporre una
dose di opportunismo. Heidegger si sottrae, rabbino sofistico, anche nel
linguaggio oltre che in filosofia, il mondo confinando
all’agrarismo alemanno: vino, proverbi, pipate lente tra uomini muti, il
fuoco del camino, le stagioni, la malattia, la diffidenza del forestiero, la
caccia insaziabile delle donne. Per un pudico esibirsi, o celarsi. Ma non
dice male quando spiega che dialetto e terra natia si appartengono, si
completano. È attraverso il dialetto che l’uomo vive in contatto con la sua
terra, con le sue origini, o se ne riappropria. Gli dà una “patria” (casa,
rifugio) e gli apre il “mondo”.
Di più ancora: è il dialetto la lingua
originaria che consente all’uomo di esistere, stare al mondo, nominarlo,
abitarlo. Tanto meglio nel dialetto, è lì che si radica il linguaggio: “Il dialetto non è solo la
lingua della madre, ma al tempo stesso è anzitutto la madre della lingua”. È il
dialetto che “porta il linguaggio al linguaggio”, all’espressione, alla
connotazione.
Fascismo - Il titolo del fascismo, i titolo generazionale, è “Gli
indifferenti”. Più vero anche de “Gli anni del consenso” di De Felice. Anche se
la “partecipazione”, sia pure scettica, fu forte, la più forte mai registrata
da una politica nella scettica Italia. Compresi gli intellettuali.
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Fu buon fascista per esempio Gadda, il futuro
autore di “Eros e Priapo” - Sergio Raffaelli lo ha documentato nel 2008 in
“Studi Italiani”: fino a tutto il 1942, Faceva prima testo l’intervista con
Dacia Maraini del 1968: “Solo nel ’34, con la guerra etiopica, ho capito veramente
cos’era il fascismo e come mi ripugnasse”. Un lapsus, dell’Ingegnere o di
Dacia: la guerra è di un paio d’anni dopo.
Jean
Paul – È pseudonimo,
adottato in omaggio a Jean-Jacques (Rousseau), da pronunciarsi alla francese,
di Johann Paul Friedrich Richter (1763-1825), autore di vena satirica, un tempo il più amato e
letto degli scrittori tedeschi. Anche da da De Quincey. Successivamente apprezzato da Heine per l’impegno
in difesa della libertà. Da Robert Schumann e Gustav Mahler per il gusto del
vagabondaggio nella natura. Da Carlo Emilio Gadda nella “Cognizione del dolore”
per i condivisi “riboboli sterili”. Un coetaneo, non si direbbe, di Goethe, che
è invece tutto misura e ingegneria, non meno famoso. Oggi praticamente
sconosciuto, specie in patria.
De
Quincey gli dedicò la sua prima collaborazione al “London Magazine” nel 1821,
dopo il successo delle “Confessioni di un oppiomane inglese”, con un articolo firmato
Grasmeriensis Teutonizans, il teutonizzante di Grasmere. Pasticciando per l’occasione
Trebellio Pollione, uno degli scrittori della “Storia Augusta”, curata a Parigi
da Isaac Casaubon nel 1607, “ex editione Grasmeriensi”, cioè nel suo proprio
rifacimento. Un eulogio: “Un uomo, tra gli odierni transrenani, che ammiro su
tutti, e che si merita di diritto il titolo di principe delle lettere
germaniche”.
Anche Casaubon,
come Trebellio e la “Storia Augusta”, esiste. Umberto Eco lo risusciterà nel “Pendolo
di Foucault”, facendone il manovratore di trame sapienziali. Dopo una
riapparizione nel 1872 in “Middlemarch”, il romanzo della piccola borghesia
inglese di campagna di George Eliot, al secolo Mary Ann Evans.
Kafka - Se le sue narrazioni possono prestarsi a una lettura in forma di parabola della condizione ebraica, dell’escluso, con tinte perfino cabalistiche, e se l’appartenenza divenne per lui a un certo punto capitale, perché la parola “ebreo” non ricorre mai? Kafka non la sentiva una “differenza” – a Praga prima del 1914 poteva. La condizione ebraica s’intorbida dei riflessi posteriori.
La sua “fine” di ogni scrittura è un “inizio”, si sa. Un’altra
scrittura: è uno scrittore scultoreo, del modellare per via di togliere. Non evitandosi
le forme compiute, anzi. Kafkiano è l’aggettivo della ricerca, non dell’esito.
Che è sempre ambiguo nei suoi racconti, ma illuminato da una coscienza
compiuta. Di sé e della sua scrittura – lo spiega anche, nei diari, le lettere,
le conversazioni.
letterautore@antiit.eu
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