Nell’Ottocento
il malaffare era detto camorra. Nel Novecento mafia. Ora ‘ndrangheta. E nel
2100? Urge innovare, l’Italia non può perdere il primato.
Perché il Sud
sarebbe profondo?
La corsa del Sud all’indietro
Nell’atlante
del pil pro capite regionale 2017, che Eurostat ha approntato, l’Italia
scompare dalle regioni più ricche. La regione più ricca, Bolzano, con un indice
143 di pil pro capite rispetto alla media Ue 28, viene a una trentina di posti
da Londra Centrale, la più ricca (626 per cento della media Ue 28…).
L’Italia
ricca, ex quinta o quarta potenza economica negli anni 1980, è nella parte
inferiore della media europea. Mentre sono ai primi posti zone fino a ieri
poverissime: Praga è al 187 per cento della media Ue, Bratislava al 179,
Varsavia al 152.
Solo undici
delle 21 regioni italiane, considerando Trento e Bolzano divise economicamente,
hanno un pil superiore alla media Ue, e non di molto: Bolzano appunto (143),
Lombardia (128), Trento (122), Valle d’Aosta e Emilia Romagna (119), Veneto
(112), Lazio (111), Liguria (107), Friuli-Venezia Giulia (104), Toscana (103),
Piemonte (102).
Marche (91
per cento), Umbria (83) e tutto il Sud sono sotto. Anche notevolmente sotto:
Abruzzo (83), Basilicata (71), Sardegna (69), Molise (67), Campania e Puglia
(62), Sicilia (59), Calabria (58).
Ma c’è di
peggio: il Sud è arretrato rispetto all’anno 2000. E anche di molto. Non tutto
il Sud: Abruzzo, Molise e Basilicata hanno migliorato, seppure di poco. La
Sardegna invece è passata dall’86 per cento della media Ue al 69, la Puglia dal
79 al 62, la Sicilia dal 75 al 69, la Campania dal 73 al 62, e la Calabria dl
72 al 58.
Questo
mentre tutto il resto dell’Europa è
migliorato. L’area più povera nel
2000 della (futura) Ue a 28, Yugozapaden in Bulgaria, la regione attorno a
Sofia, con un pil pro capite di solo il 37 per cento della media, è ora al 79
per cento. Il Portogallo, la Polonia, Cipro, la Lituania sono paesi tutti con
un pil pro capite superiore a quello delle regioni meridionali italiane.
L’impoverimento
è certificato anche dalla Confindustria. Che ha calcolato l’apporto della
Sicilia al pil nazionale nel 1951 al 12 per cento, e oggi al 5,1.
Il dato
statistico non dà le ragioni, si limita a fotografare la situazione. Ma un dato
statistico è già indicativo: la scarsa o nulla competività, dell’Italia in
generale e di più del Sud. Un dato sempre Eurostat, “European Regional Competitiveness
Index”, summa di dati settoriali affinati, istituzioni, digitalizzazione,
normative, etc. nella sua ultima edizione, 2016, vede le regioni italiane molto
indietro, anche le più ricche. La più competitiva, la Lombardia, è al 143mo
posto, su 284 regioni. Seguita da Liguria (146), Piemonte (152), Veneto (169).
Le regioni meridionali si classificano tutte tra le ultime: Basilicata (226),
Campania e Sardegna (228), Puglia (233), Calabria (235), Sicilia (237).
Milano
I capitali cinesi sì, brache calate,
quelli arabi no. La Cina può comprare quello che vuole, anche il Milan, anche
senza capitali, l’Arabia Saudita che i soldi ce li ha, no, né una quota della
Scala né una quota del Milan. C’è differenza tra la Cina comunista e l’Arabia
patrimoniale? No, in entrambi i paesi si eliminano gli oppositori. Ma la Cina
ha una lunga storia, l’Arabia viene dal deserto: Milano vuole improsarsi coi
quattro quarti.
In qualsiasi altro mondo l’analisi
costi-benefici di Marco Ponti e i suoi associati sul traforo Torino-Lione
sarebbe stata spernacchiata per quello che è: una montagna di sciocchezze,
messe insieme per fare soldi come consulenti, e magari assicurarsi una carriera
politica gratis, da pseudo-scienziati in realtà associati in consulenze. Per
cui sulla Torino-Lione fanno i calcoli per il no se il committente è per il no
(Grillo) e, negli stessi giorni, per il sì se il committente è per il sì (la
Commissione Ue). Roba da Pulcinella. Ma è Milano, seriosa, molto: Ponti è
milanese, è un architetto, è un professore del Politecnico, è inattaccabile.
Pensare e un Ponti napoletano…
Il professor Ponti, per essere milanese,
e poi del Politecnico, può dire che col traforo Torino-Lione lo Stato ci
rimetterebbe miliardi di mancate accise
sui carburanti, e di pedaggi autostradali, per l’abbattimento del traffico di Tir su e giù per le Alpi.
Milano pretende anche di prenderci in giro seriamente.
Il contributo politico di Milano, da
Mussolini alla Lega, prima Lombarda e ora nazionale, passando per Mani Pulite,
è aggressivo e deleterio. Ora scopre che, dopo venticinque anni di governo
lombardo, da Berlusconi a Monti e Salvini, la stessa Lombardia non è più tra le
regioni ricche d’Europa – e con essa tutta l’Italia, già quarta potenza
economica mondiale negli anni 1980, è trascinata al ribasso. Ma la colpa, dice,
è del Sud, che la azzoppa – senza del quale, però, consumatore passivo, sarebbe
comunque la più ricca in Italia?
La “nuova ricchezza” esibita da Roberto
Formigoni, ora condannato, è certamente personale ma anche sintomatica. È di
uno che non ha mai lavorato, quindi in questo poco milanese, ma è anche un
politico di professione, quindi impersona un certo modo di fare politica, in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, l'esibizione della ricchezza. Un modo
di fare politica votato dai milanesi, e
anche molto votato.
Micalizzi, nome e genitori siciliani,
emigrati alla periferia di Milano, è un fotoreporter milanese ora che è, suo
malgrado, celebre, ferito a un occhio in un teatro di guerra. Coraggio, sprezzo
del pericolo, vittima della violenza, etc., e una carriera illustre ne fanno un
eroe milanese. Come è giusto che sia. Ma se in Siria fosse finito dentro per caso, per droga, per terrorismo, sarebbe stato siciliano? Senza dubbio.
La Scala continua ad avere vuoti perché
gli spettacoli evidentemente non sono graditi – in gran parte sono riciclati. Ma
continua ad imputare i vuoti ai dipendenti infedeli della biglietteria, che dirotterebbero
i ticket verso il bagarinaggio: i vuoti sarebbero la conseguenza dei prezzi
maggiorati dei bagarini. Ingegnoso – mai imputarsi una colpa.
I dipendenti della biglietteria della
Scala licenziati perché infedeli vincono via via i ricorsi. Ma non chiedono il
reintegro: preferiscono starne fuori.
Anche la pedofilia a Milano è speciale –
Milano non è pedofila. “Vivevo in oratorio”, confessa un giovane di 22 anni, di
Rozzano, dove fu violentato da don Galli, oggi condannato, il giorno della
condanna di papa Francesco al concistoro contro la pedofilia appositamente
convocato a Roma, “dopo quella notte ho cercato di morire” – quattro volte. I
genitori lo dissero al parroco, che lo disse al vicario episcopale. Che era
allora, 2011, mons. Delpini, l’attuale arcivescovo di Milano. “Don Galli fu
spostato a Legnano”, continua il giovane, “dove aveva quattro oratori anziché
uno”.
Bassetti, il ministro che vuole gli
insegnanti del Sud sfaticati, un insegnante di Educazione Fisica fatto ministro per meriti leghisti, è anche uno che va a casa due volte a settimana, 70 volte
in trentatré settimana, “in missione”. Non che tenga riunioni, a Milano o dove
abita, a Somma Lombardo in provincia di Varese, ma per “grattare” qualcosa alle casse dello Stato.
Si fa attendere un mese e mezzo
sul”Corriere della sera” un articolo di Marco Demarco sulle bizzarrie del
dualismo Nord-Sud, divario culturale più che economico – di fatto, a parità del
potere d’acquisto, tenuto cioè conto del diverso costo della vita. Scritto
all’indomani di un articolo analogo di
Marco Fortis sul “Sole 24 Ore”, che Demarco cita ripetutamente, viene
pubblicato il 22 febbraio: il Sud non esiste, si direbbe a Roma.
La
mafia dei comuni mafiosi
Si sciolgono per mafia i consigli
comunali eletti senza dare le motivazioni. Come invece sembrerebbe giusto e
anzi doveroso. Verso i cittadini che li hanno eletti – sarebbe utile sapere chi
e come ha profittato del consenso elettorale per fini di delinquenza. Verso
l’opinione pubblica in generale: sapere che c’è una vigilanza accurata, precisa
nelle contestazioni. Verso l’istituzione in sé: lo Stato che protegge il cittadino
contro chi lo ha ingannato. Invece no, gli atti, se ci sono, sono segreti.
Da otto mesi il Tar del Lazio attende
dal ministero dell’Interno gli atti che hanno portato allo scioglimento del
Comune di Scilla, uno dei tanti adottati dal Prefetto di Reggio Calabria, che i
Comuni di mafia sembra prenderli a strascico. Il sindaco dimesso, Pasquale Ciccone,
ha fatto ricorso amministrativo avverso il decreto di scioglimento, unitamente
alla sua giunta e a due dei consiglieri. A luglio del 2018 il Tar del Lazio,
adito dai ricorrenti, ha disposto l’acquisizione in copia degli atti istruttori
che avevano portato al decreto di scioglimento, “fatte salve le ragioni di riservatezza”
eccetera. Non li ha ottenuti. Un mese fa ha reiterato la richiesta. Senza
esito.
Si sciolgono le amministrazioni comunali mafiose
con metodi mafiosi. Si sa che è un business
ambito dai funzionari prefettizi, gli stessi che predispongono gli
scioglimenti. Si sono perfino moltiplicati per tre il commissariamento anche di
Comuni piccoli e minimi – per il grave pericolo della mafia, si sa: Comuni di
due-tremila abitanti hanno tre commissari, un prefetto e due vice-prefetti. Altrove sarebbero in conflitto
d’interessi. Ma l’antimafia prevale. Dopodiché si fanno un anno e mezzo da
commissari, pagandosi il doppio per non lavorare - il compito dei
commissari è di bloccare qualsiasi attività dei Comuni. Non si puliscono le strade, non si
seppelliscono i morti, non si controlla l’acquedotto, non si riparano le frane
e le buche. I commissari, che quando sì intendono di qualcosa è della
contabilità, rivedono i conti degli anni passati, delibera per delibera anche
minuta e minima, negli aspetti soprattutto formali, che sono la prova provata
dell’infinito, Ma giusto per passare il tempo, e affermare l’Autorità sugli
impiegati. Senza eccedere, le pratiche danno il mal di testa anche ai
commissari: un paio d’ore al giorno. Tre giorni a settimana. Portati e
riportati da autista, con auto di sevizio, per arrivare riposati alla fatica.
Con la scorta. Un apparato ridicolmente diseducativo, oltre che inutile: inefficiente,
dispersivo per le casse del Comune – i commissari prefettizi prendono lo
stipendio, più un’indennità pari allo stipendio del sindaco dimesso, più l’indennità
dei consiglieri comunali dimessi diminuita di un quinto (i due sub commissari prendono
il 70 per cento delle indennità del prefetto). Il tutto a carico del Comune
commissariato. Sembra incredibile, ma la giustizia è questa.
leuzzi@antiit.eu
Nella provincia di Reggio, dove quasi tutti i
Comuni sono commissariati, i funzionari prefettizi del capoluogo non bastano,
vengono ora da Catanzaro, Vibo Valentia, Cosenza, qualcuno perfino da Crotone.
Viaggi lunghissimi, una grossa fatica.
Resta una curiosità – che sia anche del sindaco
Ciccone non esime: perché ai commissariamenti per mafia non seguono processi?
E un constatazione: che gli apparati repressivi non sanno fare altro che mandare al confino, a capriccio - il vecchio vizio, ora anche redditizio. Forse per questo non ci salvano dalle mafie. Che sono serie, non sono ballettomani burocratici.
Si può anche fare un’ipotesi:
si può attribuire l’inerzia del Sud a questa tenaglia, tra delinquenti e
prefetture. Tra la cancellazione della politica per mafia, anche se a volte non
c’è, un lontano parente di un consigliere comunale non fa mafia, e lo Stato
prefettizio. Con la burocrazia, che sicuramente c’è. Dura, insensibile, costosa,
improduttiva.
L’Italia dei prefetti
era vecchia topica di Spadolini, dei tempi di Giolitti, occhiuti maneschi, del governo del non governo, ma
altra non c’è. Certo, c’è di peggio. Per esempio, nei dopo-terremoti. Ma anche
nella normalità si superano.
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