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La Francia non è più in Africa
Il Niger dopo il Mali e il
Burkhina Faso: la Francia di Macron viene espulsa dalle giunte militari. Viene
espulsa la sua presenza militare – in Mali peraltro determinante per bloccare
l’offensiva jihadista, anche se non è stata un’operazione brillante. È un esito
che Macron ritiene necessario, la Francia non potendosi permettere una presenza
militare importante in Africa. Ha provato, dal 2019, a compartirla con gli
Stati Uniti e con i partner europei (tra essi l’Italia, per quanto concerne il
Niger, limitando il Niger col Fezzan, cioè con la Libia), in una serie di conferenze
e accordi. Senza riuscire a stabilizzare la regione.
Ma è un ritiro in linea con le
insofferenze locali. L’ultimo golpe militare, nel Niger, si è caratterizzato
per essere anti-francese. Non è l’unico, ed è un rifiuto di lunga tendenza,
storico: la fine della collaborazione militare segue lo stato comatoso della
francofonia. Molti paesi, tra cui la Tunisia e l’Algeria, hanno abbandonato o
intendono abbandonare il francese come lingua veicolare, anche se ciò si
configura come una perdita. In molti Stati dellAfrica occidentale, dove il francese
è la lingua ufficiale, specie nei più alfabetizzati, Senegal e Benin, è sempre
meno praticato e anche poco conosciuto. Nel Nord Africa si impone l’arabo.
L’Organizzazione Internazionale
della Fracofonia, che conta 88 paesi, si è riunita a Djerba, in Tunisia, l’anno
scorso, con larga partecipazione di statisti, da Macron a Trudeau, ed è presentato
come un sucecesso diplomatico dell’organizzatore, il presidente-dittarore della
Tunisia Saied, ma la Tunisia ha abbandonato da decenni la scuola e la pratica
del frabese. L’integrazione nell’area araba e nell’anglofonia è la scelta quasi
ovunque.
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