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martedì 31 dicembre 2024

Ombre - 752

Si celebra in morte il presidente Carter come uomo di pace, premio Nobel, e dei diritti umani e civili. Dimenticando che fu lui a consegnare Teheran a Khomeiny, dichiarando nulli gli accordi di protezione militare con lo scia - interinando balordamente lo sgambetto francese agli stessi Usa, col build-up propagandistico di Khomeiny in un rifugio presso Parigi. Avviava il radicalismo islamico, e il terrorismo. Inaugurato con la presa in ostaggio degli americani in ambasciata. Una eredità terrificante. Khomeiny fece celebrare la sua sconfitta contro il signor Nessuno Reagan come una sua vittoria.


Si moltiplicano ormai da due mesi, con periodicità quotidiana, le paginate su “Trump farà questo” e “Trump farà quello”. Mentre non ha fatto e non può fare nulla, se non indicare i suoi futuri ministri (che poi cambia). Non ha messo dazi, non ha espulso immigrati, non ha disarmato l’Ucraina – e si dedica all’unica cosa che non viene anticipata, ricucire con la Cina.
Non c’è nient’altro da dire? No, è che Trump è stato votato, e la cosa non va giù ai “democratici” – l’America non si può nemmeno dirla fascista, come l’Italia di Meloni.
 
La Cassazione non può non dare ragione al governo, che solo può dichiarare un paese “sicuro” o non “sicuro” per i suoi cittadini - per i suoi propri cittadini. In base a criteri prestabiliti dal diritto internazionale. Lasciando però la valutazione ultima alla Corte di Giustizia Europea, cioè al “mai”.
Si dice che i giudici sono onesti ma in realtà sono solo furbi – alcuni sono più furbi, sta tutta qui la loro onestà.
 
C’è di fatto molta “destra” nella sinistra politica per quanto riguarda l’immigrazione. Che non vuole libera di fatto, cioè attraverso i canali legali, a poco prezzo. La vuole selvaggia, cioè in mano ai trafficanti. A costi usurari e a rischio della vita. Come se fosse naturale e anche giusto che alcune migliaia ogni anno, anche bambini, ci lascino la pelle.
 
Djokovic e Kyrgios che speculano sulla denuncia di Sinner alla Wada, sapendo che non c’è alcun dopaggio – un miliardesimo di grammo, di un dopante, closterbol, che agisce solo in dosi massicce ripetute – non sono squallidi, non sono invidiosi. Ma deprimenti uguale, confermando che lo sport è solo una macchina da soldi. Con Sinner squalificato Djokovic ritorna il n.1 e Kyrghios può scalare le quotazioni, nei tornei e alle comparsate negli speciali tv: tutto qui.
 
Il centravanti Kean, regalato per 15 milioni alla Fiorentina dalla Juventus, che è rimasto con un solo centravanti per 50-60 partite, è il capocannoniere della stagione, 15 reti, e domenica ha fatto perdere da solo alla sua ex squadra due punti - e forse la partecipazione alla prossima Champions League. Commisso, il patron della Fiorentina, spiegava qualche tempo fa al “Financial Times” la sua grande sorpresa: la serie A spende il 70-80 delle entrate in ingaggi, fattura trasferimenti abnormi, sui 6 miliardi a stagione, su di essi paga il dieci per cento agli agenti che li muovono, e paga perfino la dual representation - di agenti che si fanno pagare una percentuale doppia, dal venditore e dall’acquirente. Sono i direttori sportivi stupidi? Questo sicuramente no.
 
Escono i giornali il 27, dopo due giorni di astinenza. Ci sono state due morti di nome, Walter Pedullà, letterato, e Gian Paolo Ormezzano, giornalista sportivo. Ormezzano ha la prima pagina. Per Pedullà, coscienza critica di mezzo secolo, il ricordo, non esteso, di qualche critico sopravvissuto.  La cultura è nel palone.
 
Vertice straordinario, in Finlandia, terra di Babbo Natale, in un rifugio polare, in cui due governi di sinistra (insomma, di centro-sinistra), Svezia e Finlandia, invitano due governi di destra (insomma, centro-destra), la raffreddatissima Meloni e l’apollineo greco Mitsotakis. Su temi un po’ generici – si sono capiti poco. Ma di grande novità: di Nord e Sud uniti nella lotta più che di sinistra e destra.
In estate il mini-vertice si rifarà nel Mediterraneo? Poi si dice che l’Europa non serve.
 
La sentenza del Riesame era attesa per il 17, e niente. Due settimane dopo ancora niente. Niente arresti per il giudice Laudati e l’ufficiale di Finanza Striano, gli spioni della Direzione Nazionale Antimafia, da parte del Riesame, dopo il no del(la) gip? Di fatto, è così. Si vede che non sanno come fare, ma col rinvio è come se avessero detto no, gli imputati sono liberi di complottare la difesa. Non è che i giudici sono disarmati, per esempio di fronte alla mafia. Loro sanno come fare.


Rifacciamo le elezioni in Romania e ci proviamo anche in Georgia. Non hanno votato come volevamo noi, e quindi ora faremo elezioni libere - di votare come gli diciamo noi. Sembra ridicolo ma è peggio: non finisce solo un brutto anno per la Ue, finisce una certa idea di Europa - sembra quella di prima della Grande Guerra, presuntuosa (dominatrice del mondo) e sciocca.

Bob Marley, chi era costui

Un po’ di rastafarianesimo, che non fu soltanto grandi cascate di broccoli - una derivazione del “garveysmo”, il primo confuso nazionalismo africano degli afro-americani, Molte parole. Moltissimo “fumo”. Poco reggae.
Sullo sfondo anche una Giamaica che valeva più di un film. Sull’orlo di diventare mezzo secolo fa, all’indipendenza, un’altra Haiti, di tutti contro tutti. Ma questo Marley è preso quando prova a troncare la guerra civile con un concerto gratuito, ne viene impedito da una gang che lo aggredisce a pistolettate, si ritrova in Europa. In Belgio, Olanda, Danimarca, Germania Federale, Parigi, Londra (non in Italia negli stadi, al Comunale di Torino e a San Siro, stipati in ogni centimetro, al “riscaldamento” Pino Daniele….…). Continua a parlare molto, si riunisce con la moglie vocalist, da cui si era allontanato, ritorna in Giamaica, e poco dopo muore, di cancro.
Ci sono anche, ricorrenti, le immagini di Bob bambino abbandonato, di padre bianco: emerge da un bosco in fiamme, a volte salvato da una figura slanciata sul cavallo, e sullo stesso cavallo un giorno il padre che abbandona la madre. Ma neanche il bimbo abbandonato fa storia.
Come un’occasione mancata – un racconto di progetti di racconti.
Reinaldo Marcus Green, Bob Marley (One Love)
, Sky Cinema, Now

lunedì 30 dicembre 2024

Sono gli Usa la nuova Arabia Saudita (e la Russia) – 2

Dieci anni fa, nel 2014, la produzione petrolifera americana superava quella della Russia, e quella dell’Arabia Saudita, fino ad allora i due maggiori produttori mondiali. Nel decennio successivo gli Stati Uniti si sono confermati la prima potenza mondiale del petrolio e del gas, sia come riserve, sia come produzione – e per il naturale come esportazione.
Tra il 2010 e il 2023 la quota americana sulla produzione mondiale do greggio è raddoppiata, dal 7,3 al 15,6 per cento. La quota nel mercato degli idrocarburi (greggio più gas) è diventata ancora più importante, passando dal 9,1 al 20,1 per cento.
È il gas naturale che ha fatto degli Stati Uniti, tradizionalmente importatore netto di idrocarburi (compreso il gas, dal Canada), uno dei maggiori esportatori nel mercato mondiale. Nel mercato del gas naturale liquefatto (lng) la quota americana è arrivata in pochi anni a coprirne  un quarto, il 25,5 per cento nel 2023.
Un balzo prodigioso: dieci anni prima l’export americano di lng era insignificante, e frontaliero – in una partita di dare e avere col Canada. Nel 2023 ha ammontato a 114,4 miliardi di mc, oltre un quinto dell’export mondiale globale, il 21 per cento – primo esportatore, avendo superato di botto Qatar e Australia.

Giallo suicida

Il giallo è come dice il titolo: si parte da un suicidio. Commesso in una ricca dimora prospiciente il Central Park a New York. Il padrone di casa, un imprenditore, si incarica di sbrogliare la matassa retrospettiva che ha portato lo sconosciuto al suicidio, a casa sua.
Un giallo a ritroso: dato il delitto (qui non propriamente, trattandosi di un suicidio - dato il morto), scoprire perché e come ci si arriva. Un procedimento non inconsueto, anzi forse quello prevalente del gialo, il whodunit, di chi la colpa. Questo si segnala per la complessità – l’ingegnosità – del ghiommero, senza essere pretestuosa o elucubrata.  
Un giallo del 1949, prima pubblicazione in America. Di autore ignoto, a parte il nome - dato per morto in giovane età, per alcolismo, autore di due soli gialli, questo e “Qualcuno alla porta”.
Una riedizione da amatori di una ripresa, voluta da Sciascia, pubblicata da Sellerio nel 1990, qualche mese dopo la sua morte – successivamente ripresa in allegato a “L’Unità”. Con la nota di Sciascia sull’incredibile vicenda dell’autore e del libro. Letto in treno in un vecchio giallo Mondadori, regalato a Guttuso, che poi l’ha buttato via, e di recupero difficilissimo: niente più copie presso Mondadori, niente dall’editore americano, niente copyright (il testo fu recuperato alla Library del Congresso).
Geoffrey Holiday Hall, La fine è nota
, Sellerio, pp. 256 ril. €10

domenica 29 dicembre 2024

Sono gli Usa la nuova Arabia Saudita (e la Russia)

Da sempre importatori netti di petrolio, gli Stati Uniti sono diventati in questi pochi anni 2020 esportatori netti, di petrolio e di gas, per lo più in forma liquefatta - cone esportatori di lng (liquefiad natural gas) sono sono diventati il maggior fornitore dell’Europa in questi anni 2020, in particolare della Spagna e dell’Italia, coprendo circa la metà del fabbisogno europeo.
Per le forniture europee di gas gli Stati Uniti hanno soppiantato la Russia. E sono in crescita come esportatori di petrolio e prodotti petroliferi nel mercato internazionale, in concorrenza con la penisola arabica.
Da tempo in posizione attendista sulla transizione verde, hanno sviluppato negli anni 2000, a partire dalla seconda presidenza Obama, e più ancora con la presidenza Biden, l’industria petrolifera nazionale. Liberalizzando i permessi di ricerca. In particolare per la produzione di shale oil e shale gas, petrolio e gas “non convenzionali”, cioè non di origine minerale (giacimenti), ma prodotti attraverso un processo industriale complesso (fortemente inquinante) di pirolisi e idrogenazione, o dissoluzione termica, su rocce di scisto bituminoso. Un processo termico che converte il cherogene, la materia organica all’interno dello scisto, in petrolio e gas sintetico.
A lungo osteggiati per l’impatto inquinante, gli scisti bituminosi sono diventati campo d’investimento privilegiato, e indirettamente anche sovvenzionato, a motivo della “sicurezza nazionale”.

Puccini regista all’opera

Partendo dalla fine della casa Ricordi, acquisita nel 1994 da Bertelsmann giusto per i (residui) ricavi da diritti d’autore, l’eminente musicologo americano, specialista dell’opera italiana, parte dalla constatazione che il nuovo editore ha “quasi del tutto bloccato la pubblicazione della musica contemporanea”. Mentre Giulio Ricordi, pur non sottovalutando gli “interessi comerciali”, “fu capace di addossarsi i fallimenti e i successi parziali del giovane Giacomo Puccini negli anni 1880 perché credeva nel compositore”. E di fiducia “il giovane Piccini aveva molto bisogno”.
La seconda osservazione nasce da una scoperta. Cinquant’anni fa, venendo a spirare i diritti d’autore delle tre opere pucciniane più eseguite, “Bohème”, “Tosca” e “Madame Butterfly”, la casa Ricordi aveva provato a rientrare nell’affare con le edizioni critiche. E Gossett fu richiesto di rieditare “Madame Butterfly”. Scoprì nell’occasione che il modo di comporre l’opera era radicalmente cambiato con Puccini: “«Madame Butterfly»… va vista come il prodotto di una varietà di collaboratori. Diversamente dalle opere italiane da Rossini fino all’Aida di Verdi (1971), per le quali il manoscritto nella calligrafia del compositore rimane la nostra fonte migliore”, l’elaborazione dell’opera pucciniana è composita: sotto “la supervisione di Puccini, redattori, librettisti, maestri e altri collaboratori contribuirono a portare il lavoro in stampa”. Gossett non lo dice, ma spiega che la creazione di un’opera era come oggi fare un film, con un regista e molti tecnici.
Una serie ghiotta di osservazione di questo metodo composito di composizione segue, di Gossett e dei tre scrittori che recensisce, Michele Girardi, Julian Budden e Mary Jane Phillips-Matz.
Per il Centenario la rivista ripropone un saggio di vent’anni fa, in forma di recensione delle prime biografie “critiche” di Puccini.
Philip Gossett, The Case for Puccini
, “New York Review of Books”, free online

sabato 28 dicembre 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (580)

Giuseppe Leuzzi

Scrivendo alla cognata Tania l’11 maro 1927, per raccontare la traduzione carceraria da Palermo a Ustica, Gramsci si può dire sorpreso da una sorta di leghismo alla rovescia: “Le accuse che i meridionali in genere muovono contro i settentrionali sono terribili: li accusano persino di cannibalismo. Non avrei mai credito che esistessero tali sentimenti popolari”.
 
La logica del Sud – poco seria
L’ambasciata russa fa pubblicare a Reggio Calabria, a cura di Enrica Perucchietti e Umberto Visani, “Le vere cause del Conflitto Russo Ucraino”. Un volume che si presenta per denunciare “questo 
vile, sanguinoso decennio di storia ucraina”. Con un testo di Putin, 2021, prima della guerra, “sull’unità storica di Russia e Ucraina”, e altri “di filosofi e pensatori russi” sullo stesso tema – Putin vi assicura che “la Russia non è mai stata e non sarà mai «anti-Ucraina»”.  E presenta il libro sempre a Reggio Calabria, con un saluto dell’ambasciatore Paramonov, per denunciare “il colpo di Stato verificatosi a Kiev” nel 2014, “a seguito del quale si sono impadroniti del potere personaggi apertamente radicali e nazionalisti”, per fare, dichiaratamente, “guerra alla Russia e a tutto ciò che è russo: alla lingua, alle tradizioni, alla storia, alla regione, alla cultura e ai valori”.

A Reggio il volume è stato presentato dal Centro Studi Federico Caffè. A un pubblico di un centinaio di persone - molte a Reggio, alla presentazione di un libro. Compresi, dice il comunicato, “molti ucraini”. Un Centro creato per “tenere viva la riflessione dell’illustre economista”, dello sviluppo (del benessere) nella libertà. Che ha debuttato al Castello di Scilla due anni fa, presentato da due economisti e due musicisti, il musicologo Antonello Cresti e il tenore Francesco Anile, che ne è il fondatore e il presidente. All’insegna della “promozione della libertà”: “Federico Caffè – prosegue la presentazione - è stato un economista di ispirazione keynesiana, che già negli anni ’80 metteva in guardia dai pericoli della finanza speculativa”. Un’apoteosi – anche se Reggio non si è (ancora) scoperta un’anima ortodossa, nel senso della religione? C’è sempre un fondo giocoso - scherzoso, ironico, satirico – nello storytelling in Calabria, perfino nella compassata Reggio Calabria, e al Sud. Il Sud è adattabile – “poroso” direbbe Walter Benjamin: aperto a tutte le brezze, ecumenico? Non dell’ “o….o” della logica, che irritava il pur teutonico Günter Grass, ma dell’ “e….e”. Non vuol essere apodittico – non vuole essere serio. Senza ragione?

 
La scoperta del Mediterraneo
“Il Mediterraneo è una grande patria, una dimora antica. A ogni mia nuova visita me ne accorgo con evidenza sempre maggiore. Che esista anche nel cosmo un Mediterraneo?”, si chiede Ernst Jünger scoprendo nel 1954 la Sardegna, sotto la data del 22 maggio (“Terra sarda”, p. 90).
Un luogo comune – già, tra i tanti, di David Herbert Lawrence un secolo fa, più o meno, il celebratissimo ora dimenticato autore di “Women in Love” e “L’amante di Lady Chatterley” - ma con un altro spirito. Una sorta di scoperta anche perché la storia è fatta secondo la geografia politica, quindi delle nazioni e dei continenti, e non c’è un continente Mediterraneo, ci sono l’Europa, l’Africa, l’Asia, e ora l’America.
Apparentata a questa “scoperta” geopolitica c’è nella stessa circostanza, nella stessa riflessione (“Terra sarda”, p. 107) la scoperta di una diversa “parlata”, o linguaggio, o logica colloquiale, mentale: “Una volta raggiunte le strade sicure (lo scrittore fa trekking lungo alcuni costoni col fralello della sua ostessa, della “signora Bonaria”, n.d.r.), prendemmo a conversare piacevolmente, e di nuovo mi colpì la stabile direzione, il consueto binario sul quale si muoveva la conversazione con un interlocutore  neolatino. Assai più di rado di quanto non avvenga in un colloquio con gli altri deu grandi tipi umani di questa nostra parte del mondo, i Germani e gli Slavi, essa tocca un argomento non collaudato. Ogni frase è moneta contante, ha un suo peso determinato e misurato. Negli argomenti più elevati ciò è reso più evidente dalla inamovibilità dei concetti; essa costituisce il fondamento del lingaggio giuridico di livello superiore e, in genere, di ogni definizione dei fatti”.
Non nuova anch’essa, ma ben detta, la conclusione: “Perciò è da supporre che in questi paesi, malgrado tutte le rivoluzioni possibili, lo stile di vita si modifichi in misura minima”. Sono cambiati i proprietari, “ma la proprietà resta, poiché è radicata nella struttura del pensiero. Perciò la vita in queste plaghe suscita un’impressione di atemporalità”. Con una distinta fertilità di “grandi spiriti conservatori: qui regnano, nell’orientamento del pensiero, il limite e il senso del limite”.   
E ciò riguarda l'Italia. Ma ormai soprattutto o soltanto il Sud.
 
Cronache della differenza: Sicilia
“La Sicilia non è Italia” è, prima degli uomini di Cavour, e di Vittorio Feltri, di Machiavelli, “Discorso o Dialogo intorno alla nostra lingua”. Per imperialismo toscano, anzi fiorentino. Machiavell se la prende con Dante, che nella questione della lingua (volgare) pagava un tributo al siculoitaliano, e al toscano, mentre la vera lingua sarebbe il fiorentino. Ma è un Machiavelli spurio – postumo, e certo non linguista.

Un porcile con inspiegabili gioielli. È l’immagine che i non Siciliani e molti Siciliani hanno della Sicilia”, può dire il linguista Lo Piparo a conclusione della sua indagine “Sicilia isola continenale”. Imnagine a cui contrappone, in breve, “la Sicilia vissuta e raccontata da Vittorini. Una Sicilia popolata da Gran Lombardi”, da siciliani fattivi e costanti.
 
In “Lettera dalla Sicilia al buonuomo della luna” E. Jünger menziona “una risalita per le gole del Monte Gallo” – ignoto ai più, si trova a Palermo, ed è una riserva naturale, ricca di mammiferi più che di picchi: “una comba (una valle stretta, in linea con una piega geologica anticlinale, n.d.r.) serrata tagliata nella roccia nuda”. Niente di che. Ma con “un linguaggio di pietra” che “s’impadronisce del viaggiatore più impersonalmente di quanto potrebbe fare un paesaggio puro e semplice, o in altri termini, un tale paesaggio dispone di virtù più profonde”. La Sicilia è un tutto, che “segna” anche l’impercettibile.
 
Contro la sicilitudine Tomasi di Lampedusa, siciliano cosmopolita e poliglotta, professa anche in conclusione del “Gattopardo”, quando don Fabrizio così spiega il suo rifiuto a farsi fare senatore dal nuovo Stato (pp. 216-217): “I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere Perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei, sia per origine sia anche, se Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di aggiornata compitezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti, essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi”.
 
Ai soldati inglesi che gli chiedono dei liberatori garibadini, don Fabrizio ha già risposto, in inglese: “They are coming to teach us good manners… But they won’t succeed, because we are gods” – sarcastico con i liberatori, e sarcastico con i siciliani.
 
Mai lasciarsi sfuggire una battuta, soprattutto se cattiva – seppure da circolo dei nobili, a cirolazione limitata cioè, ininfluente. Camilleri ne era maestro, come già lo Sciascia “maestro” – ma da osservatori esterni. Lo stesso Tomasi di Lampedusa, viaggiatore e tutto, non se ne perde una: il bon mot fa la conversazione ed esaurisce il tempo, la storia.
 
Lampedusa, solitamemte ritratto come un nobile decaduto, era uno che aveva visto il mondo, viaggiatore curioso, e aveva sposato una baronessa russa. Una “tedesca del Baltico” (Estonia), di madre italiana a Parigi, la mezzosoprano modenese Alice Barbi, interprete di Brahms e Dvořák. Una donna che sarà la prima psicoanalista nell’isola, e forse in Italia. Il romanzo si può leggere come una satira, anche feroce: “La ragione della diversità”, fa concludere a don Fabrizio, “dev’essere in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità”.
 
Gramsci è per la differenza. Per l’omertà - lettera 11 aprile 1927 alla cognata Tania, su una traduzione carceraria da Palermo a Ustica: “È incredibile come i siciliani, dal più infimo strato
alle cime più alte, siano solidali tra loro e come anche degli scienziati di innegabile valore corrano sui margini del Codice Penale per questo sentimento di solidarietà”.
 
E ancora – da sardo-piemontese?: “Mi sono persuaso che realmente i siciliani fanno parte a sè; c’è più somiglianza tra un calabrese e un piemontese che tra un calabrese e un siciliano”.
 
Alla scoperta della Sardegna nel 1954, Ernst Jünger conclude il diario (“Terra sarda”, p. 151-152) con l’inevitabile confronto con la Sicilia, che già conosce - scontato ma non inutile. In Sardegna la storia è “discreta”, in Sicilia “l’eroico e il tirannico hanno lasciato di sé tracce possenti. La differenza è inconfondibile anche nel carattere della popolazione. Paragonata alla Sicilia, la Sardegna è una retrovia, un teatro di provincia”. Perciò in Sardegna “è difficile trovare un solo grande nome, mentre i personaggi famosi connessi con la Sicilia si affollano”.


leuzzi@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – istruttive (317)

I debitori anziani dei prestiti studenteschi devono rimborsare 121 miliardi di dollari.
Il debito cresce con l’età, attraverso allungamenti delle scadenze e rinegoziazioni, e tra i segmenti più in rapida crescita del programma governativo di credito agli studenti sono i più anziani. Le cui pensioni sono soggette per questo a pignoramento.
Gli ultimi dati pubblicizzati mostrano che oltre la metà degli americani pensionati titolari di prestiti studenteschi federali, 1 milione e mezzo di persone, ha acceso il prestito oltrte qinidi ani prima. Quindi ha pagato oltre quindici ratei annui.
Inoltre, questa statistica conferma che il numero degli anziani ancora debitori di prestiti studenteschi cresce invece di diminuire. Per un’estensione indefinita del termine di ripagamento standard di dieci anni, come previsto dalle norme federali in materia di prestiti allo studio.

La difficile successione del papa (Francesco) - nel 2016

Non è come si dice, che “morto un papa se ne fa un altro”, non è così semplice. Questa è la storia di un conclave “vero”, benché inventato: Robert Harris ha non solo gli strumenti giuridici (procedurali) necessari - come tutto ciò che è “romano”, si può dire, dopo “Pompei” e la trilogia ciceroniana - ma anche la perspicacia e la sensibilità di analizzare e presentare il conclave come oggi si presenta. Come si presenterà: scrivendone nel 2015 antivede la successione del papa Francesco. Che caratterizza in anticipo come sarà nei dieci anni successivi – come era già stato nei tre anni scarsi di pontificato, dal 13 marzo 2013. Nei particolari: la modestia esibita, l’individualisno, esacerbato dalla diffidenza (il plot gira attorno al vezzo della segretezza del papa defunto), e i troppi cardinali, la profluvie di nomine cardinalizie (l’ultima è di tre settimane fa….) per annacquare l’aria europea e curiale della Chiesa. C’è già anche l’alloggio di Santa Marta, pretenzioso e scomodo malgrado le pretese di semplicità.
“Non abbiano bisogno di una Chiesa che si muova con il mondo ma di una Chiesa che muova il mondo”, dice il vecchio cardinale, non elettore, quasi centenario, scelto dal conclave per la “seconda meditazione”, prima della prima votazione – in sintonia col papa defunto. Contro la “dittatura del relativismo”, ma anche contro lo spirito curiale, cortigiano.
Un racconto non complimentoso, anzi cattivo. Di manovre, e anche sgambetti, attorno ai quattro candidati. Che sono senza scandalo, e senza finta modestia, autocandidati. Tra essi anche un africano, il nigeriano Adeyemi, a un certo punto a un passo dal soglio. Ma il racconto è dal di dentro, da “buon cattolico”: sofferto, e speranzoso.
Un racconto, alla fine, prolisso – dettaglista, come R. Harris suole: non rinuncia a nessuna delle sue tantissime, precise, conoscenze in materia di procedure, mentalità, personalità. Con spreco anche dello Spirito Santo. Ma tanto più per questo realistico. “Siamo un’arca”, riflette il decano del Collegio cardinalizio (dei cardinali elettori, max 75nni), cui toccherà organizzare e dirigere il conclave, “un’arca circondata dalle acque tumultuose della discordia”. Un’elegia, anche, alla “centralità perduta” di Roma. Fuori, fuori del conclave e del Vaticano, le proteste rumorose e anche violente – vetri rotti anche entro le mura – per i diritti e ogni trasgressione, e contro le istituzioni.
Il nuovo papa s’indovina a metà lettura. Ma non per il motivo che si pensa – la trattazione da vero fedele Harris termina con uno sghignazzo (conservatore? non volendolo?).   
Robert Harris, Conclave
, Oscar, pp. 265 € 14

venerdì 27 dicembre 2024

Problemi di base amorevli bis - 840

spock


È una sciagura terribile quella di non essere amati quando si ama; ma assai più grande è quella di essere amati con passione, quando non si ama più”, B. Constant?
 
“Sfortunatamente, ogni conflitto coinvolge sempre degli innocenti”, G. Greene?
 
È l’amore un conflitto?
 
“Nell’amore si è incapaci di onore”, G. Greene?
 
“Se l’azzeramento delle distanze non abbia ucciso anche il desiderio”, Paolo Rumiz?
 
“Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo”, L. Tolstoj?

spock@antiit.eu

Tutto il male viene dal Procuratore

Molte cattiverie, e molte vendette, anche se necessariamente scelte e circoscritte rispetto al voluminoso originale di Dumas, nell’adattamento dei due “dumasiani” - già sulla breccia con i due rifacimenti dei “Tre Moschettieri”, “D’Artagnan” e “Milady”. Ma una colpisce nell’adattamento dei due registi, per rapidità e violenza: quella del Procuratore del re, Géard de Villefort. Resa con cinismo beffardo, e con misura, la violenza non avendo bisogno di eccessi mimetici, dall’attore comico Laurent Lafitte.
Il Procuratore avvia la serie di disgrazie sapendo innocente il futuro “conte di Montecristo”. E lo fa in breve, in poche scene, freddamente. Arrivando per questo a strangolare la sua propria sorella, pura e immacolata, coraggiosa e generosa – provare a strangolarla. In effetti, la funzione dev’essere perniciosa: come fanno i giudici italiani a volersi così attaccati anche all’“invenzione” dell’accusa? Per la carriera – il vitalizio? Per il “potere”? Per essere un po’ sbirri.
Alexandre de la Patellière-Matthieu Delaporte, Il Conte di Montecristo, Canale 5, Infinity

giovedì 26 dicembre 2024

Letture - 566

letterautore
 
Dante
– “Sono un letterato e credo che la ‘Commedia’ sia l’apice della letteratura e di tutte le letterature” - J. L. Borges nella prima delle sette conferenze raccolte in “Sette notti”: “Nessun altro libro mi ha regalato emozioni estetiche altrettanto intense”.
 
La “Commedia” s’impone leggibile da qualche tempo in traduzione, come un romanzo di avventure. Nella versione inglese di Dorothy Sayers, la scrittrice di gialli. E in quelle francesi di Jacqueline Risset e René de Ceccatty. Jacqueline Risset, francesista eminente alla Sapienza e poetessa sperimentale nella lingua madre, prese tardi ad occuparsi di Dante, che divenne poi la sua passione (la sua bibliografia dantesca è vasta) - la estese anche a Fellini, che provò con lei a immaginare una riduzione cinematografica della “Commedia”. Resta soprattutto importante la sua versione in francese della “Commedia”, basata sul ritmo, page-turner, di forte leggibilità – per una lettura come De Sanctis la consigliava, senza le note. Come un racconto di avventure “mirabile”.
Una versione meglio spiegata da un altro italianista René de Ceccatty – nella presentazione della sua propria versione della “Commedia”, popolaresca, tipo “I Reali di Francia”, il “Guerin Meschino”, in settenari. Anch’essa si era posta “la necessità della leggibilità”, spiega Ceccatty, e c’è riuscita, senza tradire il poema, per la “sua sensibilità poetica”: “Poeta lei stessa nelle due lingue, italiano e francese, sa perfettamente ciò che vuole dalla poesia, fatta di concentrazione e folgorazioni, che ricerca e riproduce in francese”. Per cui “la versione di Jacqueline Risset è la sola che dà un’idea della vita, dell’invenzione, dei cambiamenti di ritmo, degli effetti di realismo, della sensualità, degli scherzi o dei momenti di profonda meditazione, di questo testo sempre inatteso”.
Dante si vuole ora cantabile, ma non è un tradimento. Vale sempre il suggerimento di Dorothy Sayers, dopo De Sanctis, che traducendo il poema in inglese nel 1949 consigliava di leggerlo di seguito, come un racconto di avventure.  
 
Vera Dridso – “La persona con cui Primo Levi amava molto intrattenersi quando passava in casa editrice era la nostra segretaria Vera Dridso, un’ebrea russa colta e poliglotta, che sembrava incarnare tutta la storia del Novecento”, Luca Baranelli, già manager Einaudi (“La Lettura”).
 
T.S. Eliot – “A quella cena”, racconta Graham Greene nell’autobiografico “Ways of Escape” (non tradotto), “con Eliot avevamo parlato di Arsène Lupin”, il ladro gentiluomo inventato a inizio Novecento da Maurice Leblanc: “Un soggetto che sempre aiutava Eliot a sbottonarsi - forse per un momento lo faceva sentire al sicuro dalle gentildonne che si aggiravano parlando di Michelangelo”.
 
Impegno - L’engagement aggiornato, oggi politicamente corretto, si sintetizza così, nel malumore di Covacich all’uscita dalla Biennale di Venezia appena conclusasi: “Ambientalismo, post-colonialismo, patriarcato, neofemminismo, migrazioni umane, sessualità non binaria e diritti Lgbtq+” (“La Lettura”). Un “impegno politico” che “sembra bastare a garantire la qualità delle opere”. 
 
Iraq – “In Iraq, prima che gli americani lo attaccassero, c’erano un milione e mezzo di cristiani, e ora sono centocinquantamila”, Robert Harris in “Conclave” fa dire a un anonimo prelato filippino, o forse arabo, nominato in pectore (in segreto) cardinale del papa defunto: “La mia diocesi è quasi vuota. Ecco di cosa è capace la forza della spada!  Ho visto i nostri luoghi sacri bombardati e i nostri fratelli e sorelle morti, distesi in file”.
 
Jeju - In Corea del Sud, scrive Lia Iovenitti, de L’Aquila, importatrice ed esportatrice a Seul di merci da e per l’Italia, e traduttrice della Nobel Han Kang (nonché scrittrice in proprio, a giudicare da questo “racconto” scritto per “Il Venerdì di Repubblica” del 13 dicembre), Jeju non è solo la bella isola orgogliosamente definita «la Sicilia della Corea». È anche un luogo che porta il peso di un passato doloroso: tra il 1948 e il 1949 trentamila civili, uomini, donne, anziani, bambini, furono massacrati per mano delle stesse autorità coreane sotto la regia dell’esercito degli Stati Uniti. Lo scopo era fermare l’avanzata del comunismo. La parola d’ordine: «Sterminarli tutti»”.
E non è tutto: “Per decenni, i governi militari han occultato quei  massacri, tanto che gi aerei atterravano a Jeju su piste che celavano fosse comuni “.
 
Massimo Mila – “A casa nostra arrivavano personaggi anche pesanti, come il musicologo Massimo Mila: era sempre negativo, vedeva solo il bicchiere mezzo vuoto: diceva sempre chissà se ce la farai con la musica” - Ludovico Einaudi, della sua vita da ragazzo in famiglia, con i genitori, Giulio, l’editore, e la madre Renata Aldrovandi.
 
Jacqueline Risset - La ricorda solo Patrizia Licata, nel suo ultimo giallo romano (romano di quartiere, l’Ostiense”), “Le due facce”, la poetessa francese, francesista alla Sapienza, allieva e successore di Giovanni Macchia, francesista insigne, moderna Du Bellay, in esilio a Roma volontario - studiosa anche di italianistica, Dante sopra tutti, e il Joyce “italiano”: “Era la mia insegnante di francese all’università”, così Licata la fa ricordare da un personaggio a specchio, una poetessa che s’incontra vagante la mattina per il cimitero degli Inglesi, “ed è stata una mentore… Era una dona bellissima. Gentile, sensibile, piena di talento…. Davvero una forza della natura. Penso spesso ai pomeriggi in cui andavo a trovarla a casa, nel suo salotto pieno di libri posati dappertutto, sugli scaffali, sui tavolini, sulle poltrone, le sedie… Non le piacevano gli editori. Troppo avidi, diceva. Parlavamo di poeti e le facevo leggere le mie poesie. Le piacevano perché avevano il ‘ritmo’. La poesia è ritmo, diceva”.  
 
Stati Uniti -  “Tra gli anni Sessanta e la sua morte (1986), Borges visitò gli Stati Uniti in diverse occasioni”, invitato per lezioni, conferenze, dibattiti - Pablo Maurette, “La Lettura: “Nondimeno in una conversazione con un giornalista argentino, poco dopo essere tornato dal suo primo viaggio in America, lo scrittore si lamentò del fatto che gli americani ignorassero le due virtù più indicative della civiltà, il dialogo e la cucina”.
 
Traduzioni – Ada Prospero, meglio nota come Ada Gobetti, sposa di Gobetti (poi Gobetti Marchesini), attiva nel movimento antifascista di Giustizia e Libertà, poi partigiana combattente, traduttrice dell’inglese, e Cesare Pavese si contesero per un periodo la traduzione di Sherwood Anderson, lo scrittore che Fernanda Pivano, “allieva di Pavese e amica di Hemingway”, decreterà l’iniziatore e ispiratore della prosa americana, “parlata” (sintattica) e breve, degli anni ruggenti 1920-1930. Pavese rivendicherà – con Vittorini – un ruolo primario, e solitario, di divulgazione della letteratura americana negli anni del fascismo. Per es. in un’“intervista” datata 5 febbraio 1946 e pubblicata postuma, col titolo “L’influsso degli eventi”, nella raccolta di “Saggi letterari”,   1951: “Il decennio dal ’30 al ’40, che passerà nella storia della nostra cultura come quello delle traduzioni, non l’abbiamo fatto per ozio né Vittorini né Cecchi né altri. Esso è stato un momento fatale, e proprio nel suo apparente esotismo e ribellismo è pulsata l’unica vena vitale della nostra recente cultura poetica. L’Italia era estraniata, imbarbarita, calcificata – bisognava scuoterla, decongestionarla e riesporla a tutti i venti primaverili dell’Europa e del mondo”.
In realtà, spiega Anna De Biasio in “Sherwood Anderson tra Ada Prospero e Cesare Pavese: traduzioni, trasfusioni, traiettorie” (in “Letteratura americana tradotta in Italia”), Pavese non era il primo, Prospero-Gobetti l’aveva preceduto, in particolare per Sherwood Anderson.
 
Più in generale, osserva l’americanista De Biasio: “Le analisi dei dati e delle politiche editoriali delle case editrici, così come dei rapporti con il regime, hanno mostrato che, in realtà, negli anni Trenta l’Italia è il primo paese traduttore d’Europa, e che traduce soprattutto dall’inglese”. La censura interveniva, ma nella fattispecie poco o nulla.

letterautore@antiit.eu

Roma metafisica

Roma fisica e metafisica – la grande bellezza reale e immaginaria. Muta e discorsiva. Emotiva e lapidaria. Superba, di storia e di bellezza. Un’idea geniale tramutata (digitalmente? riprese dal vivo, “esterno notte?) in un monumento, della città e per lo spettatore. Con figure, ambienti, suoni immateriali, elegiaci per lo più, anche passionali, e figurativi, astratti. Pantheon, Campo dei Fiori, Trinità dei Monti, san Pietro in Vincoli, i Fori, il Fontanone, Fontana di Trevi, le gallerei Borghese, Doria Pamphili scintillanti, il Colosseo, il Campidoglio deserti, di uomini, di macchine, di rumori, e per questo tanto più pieni, della loro storia e personalità, e come presenti. In ambiente notturno come più intimo, e personalizzato - eleganti, a una serata di gala. Anche gli ambienti familiari, borghesi: l’incredibile casa-museo di Alberto Sordi, o l’inimmaginabile ipogeo familiare sotto via Dino Compagni.  
Con pochi suoni a sostegno, ma quanto evocative. Commoventi perfino, Tosca delicatissima e l’ineffabile Antonella Ruggiero, più che Baglioni al pianoforte, al centro del Colosseo – pure suggestivo.  
Alberto Angela, Stanotte a Roma
, Rai 1, Raiplay

lunedì 23 dicembre 2024

Problemi di base - 839

spock


“L'uomo mortale non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”, C. Pavese?
 
“I miracoli possono essere sempre in agguato davanti alla nostra porta”, E. Montale?
 
“La nostra stessa esistenza è tutta un miracolo”, id.?
 
“Il cielo e l’uomo sono una cosa sola”, Ye Xiaogang?
 
“In ognuno la traccia di ognuno”, Primo Levi?
 
“Natale è la festa dell’infanzia come l’estate”, Rosella Postorino?

spock@antiit.eu

L’ultima notte del diavolo

“Solo un’ultima notte gli era rimasta per scorrazzare nel mondo”, al diavolo – poi viene Natale. E lui progetta di sfogare la cattiveria sul giovane fabbro Vakùla – la cui giovane madre, “quarantenne”, è una “strega”, che tutti gli uomini in età ammalia la notte, e tutti mette nel sacco, letteralmente.  Sull’amore del fabbro per la diciassettenne Oksana, bellissima e inarrivabile. Il tutto sempre a Dikan’ka, Mirgorod, la location del secondo gruppo di racconti con cui il giovane Gogol’ tentava l’avvventura letteraria – “Veglia alla fattoria presso Dikan’ka”.
Il diavolo comincia col rubare la luna, infilandosela in tasca, per lascare Dikan’ka al buio. Un essere segaligno, che si aggira furtivo, aspetto e abbigliamento da “vero Tedesco” (“da noi chiamano Tedesco ogni straniero, francese, ungherese, svedese: sono tutti stranieri”). Con lui il giovane fabbro finirà per stipulare il solito patto diabolico. Meglio il diavolo che Oksana? No, ma dal diavolo Vakula può farsi portare in volo dal principe Potiomkin e dalla Zarina, e averne copia delle imperiali scarpette richieste dalla capricciosissima amata – Oksana chiedeva l’impossibile per allontanare il matrimonio….
Il solito guazzabuglio di figurine. Ma in clima natalizio, in qualche modo simpatiche, compreso il povero diavolo. Di uno scrittore russo di storie, luoghi, personaggi e pratiche ucraine – il villaggio è in animazione per organizzare e koljadki – “sono chiamati koljadki certi canti che, da noi, si suole cantare alla vigilia di Natale,”, da noi in Ucraina, “sotto le finestre delle capanne”.
Ritradotto da Paolo Nori, l’ultimo gogoliano. Riproposto come Nabokov, professore in America di cultura russa, lo voleva: “Qualcosa di ridicolo e di stellare al tempo stesso”. Di fatto, non si ride – se non alla maniera di Jean Paul, di satira dolente, bonaria. E la veduta è buio, freddo e fango, o neve scura. Ma l’umanità è fervida, tra pur tra individui per ogni verso bislacchi.  
Nikolaj Gogol’, La notte prima di Natale
, Garzanti, pp. 96 € 5,90

domenica 22 dicembre 2024

Secondi pensieri - 550

zeulig


Autorità – È il fondamento del potere politico. Del legame fra il re e i suoi sudditi, più che il fattore stirpe o sangue. Del governo con il popolo – con e senza il voto, l’elettività. L’Auctoritas è il fondamento di ogni buon governo, anche democratico, non solo dittatoriale (monolitico, imperiale, totalitario….).
È concetto elaborato da Alessandro Passerin d’Entrèves (richiamato in più passi da Hannah Arendt) nella elegante “Dottrina dello Stato”, 1962: la forza mista alla autorevolezza, l’Auctoritas, la romana legittimazione. Legittimità e sovranità, l’Auctoritas, che l’America realizza oggi, si direbbe, nel modo più pieno, e anzi in eccesso.
Non la forza bruta, argomenta ancora Passerin d’Entrèves nel dare ragione a Mazzini:  “La nozione marxista dello Stato si attaglia alla concezione volgare italiana che la forza e non il consenso è la chiave della politica”.
Auctoritas che – sempre Passerin d’Entrèves - è chiesastica, ed è la base della libertà. Che non è essere Dio, l’uomo è limitato, tanto più un manovale con poco mestiere. L’uomo non è libero alla nascita da questo punto di vista, la libertà è solo condivisa. E viene così la nazione, la famiglia di storia, lingua, modo d’essere. La patria è questa forza, l’Aucotoritas, accanto alla religione.
 
Auctoritas o legittimazione che all’Italia sempre è mancata, argomenta l’illustre studioso  - piemontese e esiliato della Repubblica - nell’ultima prolusione a Oxford. Per avere i Savoia e i loro aiutanti scambiato i bastoni per briscola: “I governanti dell’Italia unita sembrano aver provato più paura da dentro che da fuori”. E hanno lasciato fuori dallo Stato la chiesa e i lavoratori, si volevano legittimare con la polizia.
Nelle vicende italiane Passerin d’Entrèves trovava parecchi riscontri: l’Auctoritas è il momento in cui la forza, seppure limitata, e il potere si combinano .- il potere non è la violenza, e se ne tiene anzi distinto. Il Mussolini di Salò ne è figurazione, che sa di rappresentare un’esigua minoranza, e più disperata che convinta, terroristica. P il re, che sancì il fallimento dell’unità di Casa Savoia scappando al Sud. Al Sud che non rappresentava - al referendum il Sud lo voterà perché si riconosceva nel “Regno”, unità metafisica, ma chi lo conosceva, incluse le province di Casa Savoia, con decisione lo rifiutò.
 
Pierre Rosanvallon ne trova fondamenta invisibili, ancorché solide. Uno “zoccolo” che viene prima delle istituzioni che organizzano ed esercitano l’Auctoritas – con terminologia che rimanda a Passerin d’Entrèves: l’autorità fondano la fiducia e la legittimità. Componenti non normabili. Nemeno definibili in astratto – sono un comune sentire, 1a condivisione di un sentire. E variabili, non rigide. Oggi in crisi, si può aggiungere, per essere state sostituite dall’ideologia non dichiarata degli affari – la catena del guadagno. Dal mercatismo, con il connesso sovranismo, e dal legismo, dalla legalità formale. Dalla favola dell’armonia naturale degli interessi.
All’origine della debolezza ricorrente della democrazia è l’acquiescenza, all’“ordine delle cose”. L’Auctoritas è vigile, ha bisogno di una coscienza critica.
 
Cultura – Le canzonette sono (fanno) cultura? Detta così, la risposta è scontata. Ma non per Jovanotti: “Non mi convince la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. «Gloria» di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla «Locomotiva» di Guccini”. Guccini se ne è risentito: “Non sono d’accordo. «La locomotiva» è una canzone dietro la quale ci sono dei libri, delle letture. Non vorrei usare una parola grossa come «cultura», ma c’è. «Gloria» è una bella canzone, si ascolta volentieri, però non c’è una storia dietro, non c’è qualcsa che si chiama cultura”. Cultura è quindi storia, consapevolezza.
Poi però c’è l’arte (“Gloria”), che non necessariamente deve mostrare il suo ancoraggi alla cultura – alla storia - ma è chiaro che anch’essa è ancorata, niente è disancorato dalla storia.
Guccini fa l’errore comune di confondere cultura con erudizione? Si può essere colti senza erudizione? Per un cammino consoscitivo sensitive o sensibile sì.   
 
Solipsismo – Si dirà il modo di essere del Millennio, del suo primo quarto già trascorso. Il nome è una categoria filosofica precisa, ma può essere usata per una sua derivazione, per dire lo stato attuale del cittadino del mondo: l’isolamento, e l’autoreferenza – una sorta di onanismo, “guardarsi l’ombelico”. Un cane, anche due – tre – al posto di un figlio, per le persone singole e anche per la coppia – un interlocutore muto, fashionable, e uno specchio di sé, una proiezione. Anche se faticoso e costoso - molto di più di un bambino. Una letteratura memorialistica - autofiction, autoriflessione, autoredazione, una vita come una seduta dallo psicoterapeuta. Una lettura soggettiva, per lo più superficiale e distratta, della realtà. La guerra, le guerre, l’immigrazione, il femminismo (da parte dei femministi, e degli anti). La funzione perduta dell’opinione pubblica, del dibattito pubblico e sociale, di partito, di gruppo, di colleganza, tra amici. La credulità, frettolosa, sui social. La religione ridotta a macchietta. Il matrimonio in teatro, nel bosco, con l’astrologa, nella foresta con lo sciamano. La moltiplicazione degli stimoli, visivi, informativi, riflessivi, come annullamento (sazietà) degli stessi. Un modo di essere e un mondo grigi, opachi, e non più differenziati, in forme, colori, tempi. Un appiattimento. L’esito di un mondo governato da un sola funzione o “autorità”, il consumo – dalla pubblicità per il consumo, dai social per la pubblicità (un promotore distratto di pubblicità, che opera con criteri generici uguali per tutti i mercati, anche i più diversificati, Google, raccoglie in un mercato stratificato e singolarizzato nei suoi caratteri storici e “attitudinali”, quello  italiano, più pubblicità di tutti, più anche della Rai, che si direbbe incarnare la “italianità”, conoscere meglio di tutti, e metterli a profitto, tendenze e propensioni).  
 
Stile - Dice Aristotele che l’intreccio fa aggio sulla psicologia e lo stile. E ha ragione: la psicologia non ha tipi né caratteri, se non a fini classificatori, è inutile voler squadrare i personaggi. La regola dell’intreccio è che non ci sono regole. Ma lo stile no, il plot è lo stile, quasi sempre. Un incidente d’auto può essere più drammatico di una strage, se è raccontato meglio.
Lo stile è la verità dell’evento. E delle persone: si sa chi commette delitti e chi non può commetterli, anche se non si sa, ognuno lo dice col suo modo d’essere. In un racconto questo si vede nei personaggi che di sicuro non hanno colpa della vicenda - si procede anche lateralmente, marciando sulle ali.


zeulig@antiit.eu

Divertirsi con gli africani

Farsi un paradiso in terra, anzi in mare, con una barca, a spese degli africani, dei migranti? E chi lo impedisce? Salvini certamente no.
È stata l’avventura di molti. Dalla famosa capitana Carola Rakete, che ebbe momenti di gloria sfidando Salvini - salvo poi scomparire, insieme con tutte le altre barche tedesche (sempre “esecutori volenterosi”, i tedeschi) all’avventura nel Mediterraneo. Al catalano Oscar Camps Gausachs ultimamente, sempre all’assalto di Salvini – un bagnino che si è fatto armatore, con la nave Open Arms, e salvatore anche lui di migranti (celebrato, in Italia, anche con un film, “Open Arms, la legge del mare”).
Nel processo contro Salvini sono emerse carte, negate fino al dibattimento in Tribunale, agghiaccianti di questa creazione del paradiso in mare. L’incontro di Open Arms col barcone, con i  barconi, da salvare preparato – con gli scafisti - e non casuale. Il salvataggio, o trasbordo, in due giorni di fila, 1 e 2 agosto, senza però portare i migranti in salvo al porto di partenza in Spagna.  Malta che chiede a “Open Arms”: perché bighellonate, perché non portate in salvo i migranti. Senza riposta. Fino a un terzo intervento una settimana dopo. Sempre senza sbarco nel porto di partenza, come la Spagna chiedeva.
La Spagna, si può capire: erano i giorni dell’indipendentismo catalano, e il salvatore Camps poteva volersi distinguere come disobbediente a un ordine di Madrid. Ma poi, nello stallo davanti a Lampedusa (l’isola non ha porto), per due giorni ha respinto gli inviti della Guardia costiera a far sbarcare i migranti con trasbordo.
Gli africani? Comparse.

Hegel, la Bibbia e la mafia

Il mafioso si sente Dio. Non dio, Dio nel vero senso del termine. Non una novità, si direbbe, ma l’allora giudice Scarpinato, punta di diamante della Procura diretta da Giancarlo Caselli, ne sa di più.
“Hegelianamente”, scrive, “potremmo dire che per il mafioso ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale ha un fondamento divino”. E non è tutto. Scarpinato porta a sostegno il teologo Giuè, alcuni parroci, un caso di inizio Novecento, in cui un capomafia di paese uccise un uomo che aveva violentato una vedova e la figlia di dodici anni, proclamando: “Ti uccido in nome di Dio”, e molti pentiti, Leonardo Messina, Gioacchino Pennino, Tommaso Cannella, Buscetta, e non pentiti, Pietro Aglieri, Bagarella, Santapaola, come impregnati di devozioni e rituali. Si serve pure di Sergio Quinzio: “In fondo la mafia era un antidoto all’avanzata di una modernità laica, che in nome della libertà avrebbe ridotto la fede cristiana ad un’opinione tra le altre”.
In conclusione: “Il capomafia costruisec Dio a propria immagine”. Ma anche se stesso a immagine di Dio, “non quello del Vangelo”, quello “biblico del Vecchio Testamento” – “un Dio padre severo e impacabile con chi osa trasgredire i suoi precetti”.
L’ennesimo tributo monumentale alla piccola realtà criminale che è la mafia, che sono le mafie. A specchio: ti faccio grande per farmi grande?  
Ora si vuole Scarpinato colluso, con Pignatone e altri buoni credenti, in coperture di pratiche mafiose. Chinnici, l’inventore del pool antimafia di Falcone e Borsellino, il giudice buono di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, che si ebbe un’autobomba, diffidava dei suoi applicati, Lo Forte e Scarpinato, che in una sorta di “diario” definiva manutengoli, pressappoco, Dc. Forse a torto, poiché dicei anni dopo Caselli affiderà praticamente a loro la Procura stessa, dopo le stragi del 1992 - Caselli non è Dc ma buon cristiano sì.
Roberto Scarpinato, Il Dio dei mafiosi
, “Micromega”, 1\1998, pp.45\91

sabato 21 dicembre 2024

Le guerre (non) perdute degli Stati Uniti

Dall’11 settembre una serie lunga, quasi un venticinquennio, di guerre perdute per gli Stati Uniti. Anche quando sembrano vinte – quella di Netanyahu contro mezzo mondo arabo. In Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina.
L’Afghanistan consegnato ai Talebani – come dire all’Al Qaeda dell’11 settembre. L’Iraq agli sciiti. La Libia a Putin, e a Erdogan. La Siria a Putin e allo Stato islamico prima, e ora allo Stato islamico e a Erdogan.
L’Ucraina armata, psicologicamente e militarmente, a sfidare la Russia, per rimetterci la semidistruzione, qualche milione di morti e la perdita della sua parte mineraria.
E la strana simbiosi negli “accordi di Abramo” con le petromonarchie, regimi monocratici e patrimoniali assurdi nel terzo millennio - che per di più finanziano l’estremismo arabo, perfino le cosiddette guerre sante, cioè il terrorismo.
Tutto insensato. A meno di un disegno geopolitico - come ora usa analizzare e collocare i fatti, in diplomazia e nella storiografia (a che fine?). E l’unico disegno geopolitico che quadra è: annientare l’Europa. Non annientarla, perché serve: circondarla di focolai e indebolirla, da vera provincia dell’impero. Col caro energia. Con la dipendenza energetica accentuata invece che ridotta. Con sanzioni antirusse autopunitive per l’Europa (gas, petrolio, terre rare, esportazioni, turismo) e benefiche per gli Stati Uniti (riserve monetarie, asset finanziari). Quando tutti sanno che l’Europa senza la Russia è poca cosa.
Con lampi di ostilità non mascherata. Il neo presidente Trump la prima cosa che ha annunciato in materia di dazi e contingenti – la sua filosofia economica, da affarista - è contro l’Europa: l’obbligo per l’Europa di comprare petrolio e gas dall’America, anche se a prezzo più caro. Ma Biden non ha fatto due forti leggi, per la reindustrializzazione e i semiconduttori, a danno principalmente dell’Europa?

La strana guerra Usa-Cina

Sono ormai cinque anni, dalla controffensiva all’iniziativa cinese della Belt and Road Initiative (Bri), detta “Nuova via della seta”, che l’Europa deve ridurre gli scambi industriali e commerciali con la Cina, per assecondare le strategie americane. Ridurre o bloccare, per le incontestabili “ragioni di sicurezza”, gli investimenti cinesi, e ridurre perfino l’export.
Lo stesso sembra avvenire nei rapporti degli Stati Uniti con la Cina. Che però, sotto le schermaglie giornaliere di hackeraggi, spionaggi (ora coi palloncini, o con i droni - in arrivo dalla Cina, a long way
) se si guarda ai dati reali, della bilancia dei pagamenti, restano floride. La bilancia commerciale, esportazioni e importazioni di merci, è sempre favorevole alla Cina – gli Usa avranno ridotto la “dipendenza”, cioè le importazioni, ma non di molto. La bilancia dei pagamenti, che è quella che conta, pende invece tutta per l’America: gli Stati Uniti pagano per le importazioni con dollari americani naturalmente, che gli esportatori cinesi usano per lo più per investimenti finanziari in America. In titoli del Tesoro americano, oppure di agenzie federali americane (le vittime maggiori della crisi del 2007 furono probabilmente gli investitori cinesi, grandi sottoscrittori di “Fanni Mae” e “Freddie Mac”, Federal National Mortgage Association e Federal Home Loan Mortgage Corporation - le finanziarie pubbliche create nel 1933 tra le misure anti-crac, che rifinanziavano i mutui immobiliari per ridurne gli oneri per le famiglie (quelle dei mutui sub-prime
, infetti: si arrivava a ipoteche di quarto e quinto grado….).

Meloni signora di Bruxelles

Eccezionale, senza precedenti, la convergenza fra Italia e Ue – Meloni direbbe la convergenza Ue sull’agenda italiana. O fra Italia e Germania - von der Leyen si regola sulla Germania, su quella in fieri con le nuove elezioni. Sull’immigrazione. Sulla transizione verde, Un po’ sull’unione bancaria – senza che nessuno le chieda della mancata ratifica del nuovo Mes, il meccanismo europeo di stabilità del mes. S ugli accordi con l’America Latina (Mercosur): le obiezioni e i limit italiani trovano accoglienza a Bruxelles, quelli di Macron valgono come “dispetti”. E sull’Ucraina: sostegno all’Ucraina senza avventurisni - le balorde sbruffonate di Macron sulla guerra alla Russia (“tenetemi sennò faccio sfracelli” - ha sopravanzato polacchi e baltici, ed è tutto dire).
Tanto più, a proposito di Ucraina, emerge Meloni al confronto con i due leader dell’Europa reale, da tempo in difficoltà, nei rispettivi Paesi e tra di loro. Scholz non parla con Meloni, ma fa com se, e ora comunque è fuori.
La transizione green sempre più si manifesta, dopo le insistenze meloniane, come una strategia di mercato – rinnovare tutto il parco automobilistico. Un affare da molti miliardi di miliardi, con scarso o nessun effetto sull’inquinamento. O il rifacimento di tutto l’edilizia in venti anni…. – come? con quali soldi e con quali forze o organizzazioni produttive, e con che materiali?
Anche l’immigrazione Meloni ha riportato ai suoi dati veri. L’Europa ne ha bisogno. Ma non può accettare, anzi ha l’obbligo di prevenirli e punirli, i mercanti dell’immigrazione: non si possono tollerare barche, barchini e barchette in giro per il Mediterraneo, con migliaia di morti, l’anno. La soluzione, accettabile per tutti, non è semplice, ma si può organizzarla – “piano Mattei”: regolare con intelligenza i “ricongiungimenti familiari”, introdurre “l’atto di richiamo” di mallevadori (parenti, conoscenti) già integrati nei paesi di destinazione, aprire agenzie locali di reclutamento, con visite mediche, visti, biglietti di viaggio.

Le lingue servono

È incredibile come Meloni, pur essendo di pochi studi, conosce e sa muoversi sui problemi internazionali. Forse per innato senso della prospettiva, geografica e politica – ma anche storica (la storia non è innata)? Sicuramente per avere studiato e praticato le lingue, inglese e spagnolo soprattutto, e anche il francese.
“Parlare le lingue” è una rarità fra i politici italiani. Anzi con un solo precedente, Draghi – di pratica però limitata all’inglese, e un po’ legnosa. Lo stesso Monti, con tanta esperienza internazionale, alla Commissione di Bruxelles alla quale fu mandato da Berluscsoni, e nel think-tank Bruegel, ha limitato uso dell’inglese.
Nel G 7 in Puglia è riuscita per questo solo vantaggio a superare handicap non marginali – e a ottenere pieno il successo d’immagine, a cui questa assise ormai burocratizzata si è ridotta a servire. Una localizzazione avventurosa e faticosa per tutti i convenuti. Riuscire a tenerceli chiusi per due giorni. In un momento non propizio, fra gli europei e con lo stesso presidente Biden. E il colpo di teatro dell’invito al papa, che su Meloni capopartito non può non avere riserve, ma con lei deve aver gradito parlare finalmente castigiano
invece dell’indigesto italiano – come ora Milei, altro convertito meloniano.

L’immigrazione è un problema semplice

Si divide – i media dividono – l’opinione, in Italia e in Europa, su un falso problema, l’immigrazione. Il ridicolo del processo siciliano a Salvini ne è una illustrazione, a tutto tondo.
L’immigrazione incontrollata è un problema. Non per razzismo. Non c’è razzismo sicuramente in Italia, e molto poco, isolato e governabile, nei vecchi feudi europei del razzismo (i paesi a più vasta e radicata immigrazione, Germania e Francia, e i più soggetti ai terrorismi arabo-islamici). L’immigrato è accettato, nel quartiere e nel condominio, i matrimoni misti si moltiplicano, malgrado le differenze culturali, i figli di immigrati sono accetti e specialmente trattati a scuola, e gli immigrati tutti mai discriminati nella sanità.
Il problema è l’immigrazione illegale. Per le migliaia di morti che provoca. Per lo sfruttamento degli immigrati nei viaggi della speranza – spesso crudele, e molto crudele. Per la moltiplicazione dei migranti disorientati, manodopera di ogni avventura, quando l’abbordaggio all’Europa è riuscito.
Il problema non è insolubile, e anzi è semplice: bisogna bloccare l’immigrazione clandestina, e creare canali di immigrazione sicura e necessaria – automaticamente difesa anche nei suoi diritti.

Chi difende e perché l’immigrazione clandestina

Il traffico di esseri umani è fuorilegge, da ogni punto di vista. Tanto più se si fa a rischio vita, cioè buttando i migranti in acqua. Dopo avere esatto cifre astronomiche: in Africa, ma anche in Bangladesh o in Iraq, le cifre di cui si parla per un passaggio del Mediterraneo a rischio vita con i contrabbandieri, 5 o 7 mila dollari – ma anche solo mille dollari - sono cifre enormi, mostruose.
Il mercato di esseri umani non si limita peraltro al passaggio. I molti sono inquadrati da organizzazioni, piccole e grandi, a scopo di sfruttamento (caporalato), e per attività illegali (spaccio) e disumane (mendicità).
Su questo sfondo limaccioso, noto a tutti, non si capisce l’impegno al “liberi tutti”, falso mercato della libertà, da parte di persone che si dicono impegnate per i diritti umani: politici, giudici e ong. Fulcro ne è l’industria dell’accoglienza, sotto insegne false di volontariato. Degli ambienti un tempo confessionali, ora dominanti nel cosiddetto “terzo settore”, o degli appalti pubblici nel sociale.
Un mercato della solidarietà si è costituto anche attorno all’immigrazione legale. Forse poco ricco ma molto esteso – è il più vasto del “terzo settore”, più dell’assistenza ai senza tetto o delle comunità di recupero. A cui però si appaiano ambienti poco affini, e anzi mangiapreti, quali sono i finanziatori alla Soros e i tanti giudici italiani.
I giudici si giustificano con la pregiudiziale politica: fanno la lotta a Meloni. Ma, politicamente, non le fanno un favore? E dunque, non resta che constatare: logge e sacrestie unite nella lotta – per fare più morti?  

Padri e figli, oggi non si salva nessuno

Una storia generazionale: degli adolescenti che oggi vivono nell’ansia, sebbene immotivata, fino ad autodistruggersi. Una storia anche paradigmatica: della disintegrazione della famiglia, anche quella dalle migliori intenzioni - tra coniugi capaci e in armonia.
Un tema da tragedia greca, o del destino ineluttabile. Realizzato purtroppo come un dramma teatrale - Zeller, autore-prodigio francese, nasce come scrittore, di narrativa e per il teatro. “Il figlio” è il pendant di “The Father”, il padre, con cui Zeller due anni prima aveva avuto grande successo anche al cinema, con l’Oscar per la sceneggiatura – ma per merito soprattutto dei due protagonisti, Anthony Hopkins (Oscar) e Olivia Colman.
Pubblicizzato come un film “di” Anthony Hopkins, in realtà questo sequel mostra Hopkins in una sola, breve, scena. Dove lui stesso si dice il padre che ha “bullizzato” (stimolato) il figlio in gioventù - il quale poi, per rivincita, ha fatto una carriera brillante. Quello che adesso, padre premuroso, pur immedesimandosi nel figlio non riesce invece a salvarlo.
Florian Zeller, Il figlio
, Sky Cinema, Now

venerdì 20 dicembre 2024

Ombre - 751

“Il Sole 24 Ore” rimedia alla classifica della vivibilità con cui ha condannato Reggio Calabria all’ultimo posto e pubblica una corrispondenza in cui tutto funziona. Perfino l’aeroporto, da sempre disastrato. È cambiato tutto in pochi giorni?0
Il giornale della Confindustria non si rende conto dei danni (e dei vantaggi) che procura con le sue classifiche? Oppure sì. E quanto rendono?


Terrificante pubblicità di Mediolanum; negli ultimi dieci anni la ricchezza pro capite in Italia è cresciuta di poco o nulla: del 10,5 per cento. In Francia è cresciuta del 40,9 per cento, in Germania di una solido 84,3 per cento - negli Stati Uniti del 150. Il famoso vincolo europeo di Ciampi e Draghi che doveva avviare il circolo virtuoso dei conti italiani è stato un capestro: saldi di bilancio pubblico ogni anno attivi, il famoso stringere la cinghia, in una automutilazione senza fine. 

 
“Capodanno, si cercano artisti stranieri”. Cronache romane – ora pure nazionali - in ansia, “la Repubblica”, “Corriere della sera”, un po’ anche “il Messaggero” (non ha lettori giovani – non s’illude?) sul concerto di Capodanno del Campidoglio. “Campidoglio in difficoltà dopo il no a Tony Effe e la rinuncia di Mahmood e Mara Sattei”. È una questione di libertà di espressione, o si tratta di salvare la faccia a Gualtieri, grande sindaco (degli appalti)?


La censura a Tony Effe non è piaciuta agli altri artisti del concertone. E allora un piedistallo al sindaco-eroe spazientito: “Roma è e resta una città aperta, e che ama l’arte e la musica in tutte le sue forme”.  Due pagine, perbacco!

Ma c’è di più. Roma - il Campidoglio, gli assessori, il sindaco Gualtieri - aveva posto Tony Effe al centro del concerto di Capodanno senza saperne niente, giusto perché Elly Schlein si era fotografata a ballare un suo motivo. Sembra incredibile, ma è vero.

L’arbitro di Paris Saint-Germain-Monaco, Letexier, “il migliore di Francia”, non punisce una scarpata in faccia a Donnarumma. Una botta di piatto, con tutti i tredici tacchetti sulla guancia. È così adesso. Si vedono in campo prese da lotta libera, anche di catch, insistite, che nessuno fischia. Si punisce solo il tocco al piede, e il rimbalzo della palla sul braccio – col fuorigioco di un centimetro dopo le molteplici visure tv (si fa calcio per la televisione, immagini di immagini). Con arbitri come i giudici: i più bravi conoscono i regolamenti.

Dopo una campagna acquisti di (almeno) 200 milioni, e un nuovissimo allenatore miracoloso, la Juventus ha nove punti in meno rispetto a dodici mesi fa. Ciononostante viene magnificata. Per tirarla su in Borsa? Si sa, anima del commercio è la pubblicità, ma lo sport non è più altro?


Si ricorda in morte il pm di Milano addetto al terrorismo, Ferdinando Pomarici. Ma non si ricorda la condanna di Adriano Sofri quale mandante dell’assassinio del commissario Calabresi, che lui sapeva falsa. Basata sulla testimonianza dell’assassino e contro ogni altra evidenza. Testimonianza da lui preparata, o da lui col colonnello dei Carabinieri Bonaventura, dei servizi segreti (poi morto di “infarto”, prima della pensione), in una settimana di colloqui non verbalizzati con Marino. Contro ogni procedura d’obbligo per l’audizione dei “pentiti”. Servita poi, benché confusa contradittoria, in ben tredici processi palesemente “politici”, cioè manovrati.

Si vuole una “guerra delle cifre” sui morti a Gaza. Fra “The Lancet”, la bibbia inglese della medicina, che due mesi fa stimava i morti a “186 mila o anche più”. Oppure “Le Monde”, che il 7 ottobre concludeva che le cifre di Hamas erano “affidabili e forse perfino sottostimate” - basandosi sulla veridicità di “un documento di 649 pagine” redatto a metà settembre, con dati al 31 agosto, che elencava esattamente 34.344 morti, identificandoli (nome, sesso, nascita). E una Henry Jackson Society inglese, che i palestinesi morti riduce a 46 mila, di cui 17 mila “combattenti di Hamas” e 5 mila di morte naturale. Spiegando che questo istituto è di destra. Senza dire che è “vicino” ai servizi segreti inglesi.  

Si fa forte Meloni al Senato del Superbonus. L’Italia paga ogni anno 50 o più miliardi di interessi sui Bot e pazienza, con le agenzie (americane) di rating non si può nulla. Ma ne paga anche 35-40   per il Superbonus. Varato dai partiti oggi all’opposizione, 5 Stelle e Pd, dal sindaco Gualtieri allora ministro del Tesoro. Un regalo contro ogni buonsenso, anche politico o di classe, alla ricchezza. Incredibile, ma è avvenuto e si paga caro. E nessuno chiede scusa.

Il “Corriere della sera” rilancia al centro del villaggio Romano Prodi, 85 anni. Il nuovo che avanza? E lo affida a Roncone, specialista del gossip.

La giornalista Rai Sara Giudice e il marito Nello Trocchia, La 7, ex Rai 2, autore di molti libri sulla criminalità, sono denunciati da una collega di violenza sessuale, in tassì, dopo somministrazione di una droga A Ferragosto. L’accusa fa le cronache fino a metà dicembre, quando un giudice trova il tempo di interinare l’assoluzione già richiesta dalla Procura della Repubblica, che aveva indagato la denuncia, a fine agosto. Ma di nuovo si pubblicano le foto della coppia e non dell’accusatrice. Di cui non si fa, per paura?, nemmeno il nome. Nemmeno dei suoi avvocati, in genere donne, della genia specializzata nelle cause per danni – a percentuale del risarcimento. Una moda molto americana, e molto mafiosa.

Lei intanto, Sara Giudice, è stata licenziata, nei quattro mesi di durata del “processo”. La sentenza non condanna l’accusatrice ai danni. Si può diffamare liberamente. E guai a criticare la giustizia.

“Lo vogliamo dire che la destra non sta dando risposte alla domanda di sicurezza delle persone?”, Stefano Bonaccini, già concorrente di Elly Schlein alla guida del Pd. Il giorno dopo le “manifestazioni di massa” contro il decreto sicurezza del governo. Come criticare da sinistra la destra, con la destra estrema?
Bonaccini, il solito ex Pci pronto a tutto. Ma che sprezzo del ridicolo.

“Migliaia sfilano per i diritti”. Non ventimila, forse nemmeno diecimila. Ma nessun giornale lo dice. Invece, a corpo grande: “Tra i manifestanti sindacalisti, studenti, attori”. Un pubblico selezionato.
La protesta è per la libertà di protesta. Dai Parioli a piazza del Popolo, la Roma bene.
 
Hanno sempre più spazio gli avvocati (ma sono soprattutto avvocatesse) a percentuale che fanno causa per lauti accordi. Quelli (quelle) dele ginnaste che si sono visti respingere le denunce spopolano ora sui giornali, con paginate di intercettazioni sulle conversazioni tra i responsabili del settore. Da Malagò in giù.
In America, dove gli avvocati a percentuale si sono inventati, le loro “carte” escono sul giornali scandalistici. In Italia in prima pagina sui grandi giornali.

Se il processo è una condanna

Il processo “Open”, a Matteo Renzi e al Pd fiorentino, il “cerchio magico”, quello che aveva conquistato il partito attraverso la “Leopolda” (un adattamento dell’idea di Prodi che per l’Ulivo preparava le campagne elettorali facendo confluire ad appositi tavoli a Bologna chiunque avesse idee da proporre), si conclude prima di cominciare, il giudice dell’udienza preliminare avendo bocciato l’accusa. Ma dopo nove anni. Il tempo di azzoppare Renzi – e anche il Pd. Con un processo che non doveva cominciare.
Nove anni per un giudizio “preliminare” sembrano troppi. Ma nessuno scandalo. Soprattutto non nell’ambiente giudiziario. Il giudice che aveva montato l’accusa, Luca Turco, uno specialista di processi a Renzi e famiglia, serafico ha assistito alla bocciatura, ed è andato in pensione. In buona salute, si suppone: lavorare nove anni a un non-processo dev’essere stata una fatica dilettevole (Turco aveva cominciato la carriera come giudice, poi ha scelto la meno pregiata carriera di Procuratore, evidentemente di maggiore soddisfazione - a parte il fatto di poter non lavorare, basta puntare un personaggio).
Anche in America la giustizia è politica. Le Procure inondano i media di materiali sempre sensazionali e a cascata, per rendere la difesa faticosa e comunque tardiva. I Procuratori sono politici - eletti o nominati politicamente. Ma si va veloci. E i giudici sono sanzionabili. Dagli elettori (dai partiti di appartenenza) e da chi li ha nominati. In Georgia la procuratrice Fani Willis, che col fidanzato montava un processo contro Trump per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2020, e per sottrazione di documenti segreti, è stata rimnossa dal procedimento. Da una corte d’Appello, del suo stesso partito, Democratico.

L’anima di Dante in francese

Una raccolta di scritti – saggi e testimonianze – in memoria di Jacqueline Risset, la poetessa francese, francesista alla Sapienza dagli anni 1970, erede del francesista principe Giovanni Macchia, morta dieci anni fa: Bonnefoy, Kristeva, Ossola, Balestrini, Trevi, Citati e molti altri. A cura del suo compagno, il latinista Todini – morto ora anche lui. Con una silloge di suoi scritti.
Poetessa di molteplice ispirazione, aveva esordito giovanilmente con la sperimentazione. Sulla rivista “Tel Quel” di Philippe Sollers - altra presenza un tempo significativa e presto dimenticata. Per virare successivamente verso la “poesia delle origini”, i provenzali e Dante. Dante soprattutto, di cui fu cultrice assidua nella maturità – così come del Joyce “italiano” (il Joyce italiano, articoli, lettere, saggi, si può dire recuperato per la sua acribia).
La raccolta rende conto di una produzione, d’autore e critica, vasta e sempre stimolante. Numerosi i lavori su Dante, che divenne presto la sua passione – la estese anche a Fellini, che provò con lei a immaginare una riduzione cinematografica della “Commedia”. Resta soprattutto importante la sua versione in francese della “Commedia”, basata sul ritmo, page-turner, di forte leggibilità ( senza perdere in complessità e dignità) – per una lettura come De Sanctis la consigliava, senza le note. Come un racconto di avventure “mirabile”.
Una versione meglio spiegata da un altro italianista - qui tra quelli che le rendono omaggio - René de Ceccatty, nella presentazione della sua propria versione della “Commedia”, popolaresca, tipo “I Reali di Francia”, il “Guerin Meschino”, in settenari. Anch’essa si era posta “la necessità della leggibilità”, spiega Ceccatty, e c’è riuscita, senza tradire il poema, per la “sua sensibilità poetica”: “Poeta lei stessa nelle due lingue, italiano e francese, sa perfettamente ciò che vuole dalla poesia, fatta di concentrazione e folgorazioni, che ricerca e riproduce in francese”. Per cui “la versione di Jacqueline Risset è la sola che dà un’idea della vita, dell’invenzione, dei cambiamenti di ritmo, degli effetti di realismo, della sensualità, degli scherzi o dei momenti di profonda meditazione, di questo testo sempre inatteso”.
Umberto Todini-Andrea Cortellessa-Massimiliano Tortora (a cura di), Avanguardia a più voci
, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 286, free online