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martedì 11 marzo 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (586)

 Giuseppe Leuzzi


“Il maggiore esperto della mafia giapponese è un’italiana”. Il nome, Martina Baradel, la dice veneto-friulana. Ma è pur sempre italiana. 
L’ultima definizione di mafia potrebbe essere: fenomeno tipicamente italiano, di cui è vittima il Sud Italia.

 
“Mia mamma era di Ferrara, la dodicesima di 12 figli. Mio nonno materno era torinese. Mia nonna materna era invece di Genova”. È Rita Pavone che parla. Rita Pavone ha quasi ottant’anni, parla dunque di una famiglia materna negli anni 1930, tra Ferrara, Torino e Genova.
 
La Wada agenzia mondiale antidoping si sbraccia a spiegare perché ha “dovuto” squalificare Sinner, e come e quanto ha operato per ridurre la squalifica al minimo. L’agenzia antidoping è nota per la corruzione, dapprima degli Stati Uniti, fino a ieri, Olimpiade di Parigi, da parte della Cina. L’antidoping è come l’antimafia. Con le mazzette invece che con le carriere, giornalistiche e giudiziarie.
 
Si celebra in Calabria l’appello per il maxi-processo Rinascita-Scott che cinque anni fa portò all’arresto di circa 500 persone del vibonese. Ma si celebra a Catania – con gran danno naturalmente delle difese, logistico e procedurale. Perché l’apposita aula-bunker costruita a tamburo battente per il processo si è allagata con le piogge a Natale. Ci sarà un Rinascita-Scott per la costruzione del maxi-tribunale?
 
Caporali a Milano
Rosarno non è sola, e il caporalato non è solo di Foggia. “Il caporalato non è mai stato una piaga soltanto delle pianure foggiane o delle campagne di Latina. Tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia il tasso di irregolarità tra i lavoratori nei campi oscilla tra il 20 e il 30 per cento Ad oggi, il numero dei procedimenti giudiziari per sfruttamento del lavoro aperti nelle regioni del Nord è pari al 28 per cento, quasi un terzo di tutta Italia. E la Lombardia non è solo la prima regione italiana per valore della produzione agroalimentare, è anche quella più colpita dalle indagini sul caporalato. La fotografia degli sfruttati nei campi dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia arriva dall’associazione Terra!, che ha presentato ieri il suo nuovo rapporto “Gli ingredienti del caporalato - Il caso del Nord Italia” (“Il Sole 24 ore”).
Con un po’ di ritardo, quello che si sapeva viene infine documentato.
 
Senza tempo
Mo’ vidimu”, ora vediamo, Ulderico Nicastro assume a forma verbale che caratterizza le sue Calabrie (“Controstoria delle Calabrie”, p.119), e di fatto tutto il Sud – la sua paginetta richiama Sciascia e la sua Sicilia senza futuro, il tempo futuro. “Gli antichi Greci usavano un tempo verbale che chiamarono aoristos, che vuol dire «senza determinazioni»; e che non era il passato e nemmeno il presente, ma la pura azione o condizione. Lo stesso i calabresi (“è questa, insieme a qualche termine dialettale e cognome, la sola eredità che lasciano i Greci ai Calabresi”), che dicono jia e vitti, sono andato, ho visto, “non riferendosi ad anni e neppure a giorni fa, ma ad appena un momento prima; o al presente in atto”. Una forma di passato prossimo, o presente continuo, anche se espresso nelle forme del passato remoto. Che conduce però Nisticò alla conclusione: “Essi dunque non posseggono alcun sentimento del tempo, bensì vivono in un’immutata eternità in cui da almeno tre millenni non si avverte modificazione”. Nell’immobilismo.
Qualcosa di vero c’è. Ma non nella conclusione di Nisticò: “La prima conseguenza, più grave in questo mondo di fatti”, nel mondo attuale, “è che, non sapendo di passato e presente, non sanno neanche di futuro”, i calabresi, i meridionali; “e qualunque cosa pensino e compiano, la rinviano a non si sa quando… che per loro, del resto, è sempre il costante presente”. Nisticò non lo sa o non lo dice, ma accosta questo presente continuo al “bukra” e “malesh” degli arabi, il loro mañana e “non importa” - spesso assortito dall’“in šāʾ Allāh”, se Dio vuole. Al cosiddetto fatalismo. Che non è sicuramente il caso.
 
Le retate della madonna
Mimmo Gangemi si chiede su “l‘Altravoce”, il giornale gioiellino di Alessandro Barbano, il perché delle “retate”: “Per esempio dei ragazzi delle bande giovanili l’altro giorno, 73 arresti e 154 denunce in tutta Italia.  Il delitto non va punito, la colpa non è individuale, perché aspettare?”, si chiede. Potrebbe aggiungere che solo in Italia si fanno le retate, se avesse accesso alla stampa europea e americana.
Perché le retate, e perché solo in Italia? Perché se non ci sono i numeri non c’è l’eco di stampa, e non si va nemmeno in tivù. Che è l’obiettivo delle retate: creare, o mantenere vivo, l’allarme, non rassicurare, come normalmente fanno le polizie. Un obiettivo talmente “necessario” che si va per la via più facile, quella dell’associazione delittuosa - nessun bisogno di provare un delitto. Giudici, carabinieri e polizia vi si esercitano con soddisfazione evidente, anche perché con le retate si rimediano titoli in carriera, ma che c’entra questo con la repressione dei delitti e del malaffare?
Si arriva così al tuttomafia. Per delitto d’associazione. Compresa la Madonna. Anzi, la Madonna specialmente, in Calabria. Da parte di giudici e colonnelli neppure massoni, anzi alcuni buoni democristiani, se non credenti. Gli inchini delle Madonne ai mafiosi, Polsi santuario dei mafiosi, giuramenti mariani dei mafiosi.
Usa in dialetto siculo-calabrese-campano dire “della madonna” per dire un’esagerazione. Ma non basta per dire le retate per associazione mafiosa. In Calabria si celebra un processo “Rinascita-Scott” partito con 479 imputati – della sola provincia di Vibo Valentia (170 mila abitanti, meno di Belluno). Quasi tutti per associazione, politici, amministratori, funzionari, carabinieri e poliziotti compresi, dignitari massoni. Attorno al piccolo nucleo di “un grosso traffico internazionale di stupefacenti”. Ora all’appello sono ridotti a 236, la maggior parte sempre per concorso esterno in associazione.
 
Arrestare, arrestare, qualcuno pagherà
Si fanno sempre, come ai tempi del confino, niente è cambiato da Mussolini, anche se in nome più spesso dell’antifascismo, molti arresti facili. All’uzzo dei Procuratori – i gip, che gli arresti validano, anzi autorizzano, non contano niente. Le domande di “riparazione” per ingiusta detenzione prima del processo, e quindi della sentenza, sono state l’anno scorso 1.293, per tre quarti ritenute valide. I distretti del carcere facile sono Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, secondo la disamina che ne fa “l’Altravoce”, il giornale di Alessandro Bar8bano.
Sul “Foglio” Ermes Antonucci documenta che dal 2018 al 2024, in sette anni, lo Stato ha pagato 220 milioni per indennizzare le vittime di ingiusta detenzione. Ed evidenzia che “di questi 220 milioni ben 78 (cioè il 35 per cento) sono stati versati in Calabria”. Con l’ovvia considerazione che “una regione di 1,8 milioni di abitanti ha assorbito negli ultimi sette anni il 35 per cento dell’intera spesa” per risarcimenti. “Un record”, prosegue Antoncci, “confermato anche nel 2024: su 26,9 milioni complessivi, 8,8 milioni (il 33 per cento) sono stati versati per risarcire chi è stato incarcerato ingiustamente in Calabria”.
Non in tutta la Calabria però: la maggiore spesa è per i processi avviati dalla Procura di Catanzaro. Negli anni i cui a capo della Procura è stato Nicola Gratteri, narratore di mafia egregio, oltre che capo della Procura, ora, a Napoli. Antonucci fa un elenco di almeno quattro procedimenti “storici” che hanno fatto più danni che buoni effetti. E conclude. “Nel 2024 il maggior numero di ordinanze  di indennizzo per ingiusta detenzione è stato emesso dalla Corte d’Appello di Catanzaro: 110 sulle 552 di tutto il territorio nazionale”, il 20 per cento del totale.
 
Il patrimonio del radicamento
“Puoi togliere una ragazza dalla provincia, ma non la provincia da una ragazza…”, propone l’intervistatrice, Paola Piacenza, su “Io Donna”. “Io nemmeno sono di provincia, io sono paesana”, risponde Vanessa Scalera: “Che è molto oltre. Ogni cellula di me parla quella lingua…. Torno a Latiana (Latiano? provincia di Brindisi, n.dr.) ogni volta che posso, la mia famiglia che è lì è la mia tana”. 
È il distintivo dell’Italia, in mezzo all’Europa: il radicamento. Che può essere una trappola, ma c’è. Sicuramente è (anche) una linfa, un radicamento generativo. Un patrimonio, si direbbe. Se non che l’Italia, da un quindici anni, si diverte a smantellarlo.
Si investe molto nei “borghi”. Soprattutto in pubblicità. E in sponsorizzazioni Unesco, del tipo “patrimonio dell’umanità”. Per spendere denaro pubblico l’Italia non si tira indietro. Nel mentre, però, che governa per smantellarli, anche con asprezza. Quando non siano convertiti in agroturismi o centri vacanze, per lo più milionari. Con tasse – tasse e non imposte, senza rapporto con il reddito o i consumi, o con i servizi resi. Le cosiddette patrimonialine, Imu, Tari, elettricità.
La casa è stata scoperta come cespite per finanziare l’allegra finanza pubblica da Mario Monti nel 2012, e da allora è una sagra. Specie sulla seconda casa. La quale è al novanta per cento la casa originaria, paterna, familiare, paesana. Di cui è giocoforza liberarsi, diventando un focolaio di costi – le tasse aggiungendosi alla manutenzione – cui non si può che sottrarsi.
Poco di questo Appennino si salva. Forse quello sopra Bologna e sopra Firenze. E l’Alto Lazio e l’Abruzzo marsicano, per il pendolarismo possibile su Roma. Nelle aree di emigrazione, tra Piemonte e Liguria, in Calabria e in Sicilia, le case abbandonate sono più di quelle abitate.


leuzzi@antiit.eu

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