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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (586)
Giuseppe Leuzzi
“Il maggiore esperto della
mafia giapponese è un’italiana”. Il nome, Martina Baradel, la dice veneto-friulana.
Ma è pur sempre italiana. L’ultima definizione di mafia potrebbe essere: fenomeno
tipicamente italiano, di cui è vittima il Sud Italia.
“Mia mamma era di
Ferrara, la dodicesima di 12 figli. Mio nonno materno era torinese. Mia nonna
materna era invece di Genova”. È Rita Pavone che parla. Rita Pavone ha quasi ottant’anni,
parla dunque di una famiglia materna negli anni 1930, tra Ferrara, Torino e Genova.
La Wada agenzia mondiale
antidoping si sbraccia a spiegare perché ha “dovuto” squalificare Sinner, e
come e quanto ha operato per ridurre la squalifica al minimo. L’agenzia antidoping
è nota per la corruzione, dapprima degli Stati Uniti, fino a ieri, Olimpiade di
Parigi, da parte della Cina. L’antidoping è come l’antimafia. Con le mazzette invece
che con le carriere, giornalistiche e giudiziarie.
Si celebra in Calabria
l’appello per il maxi-processo Rinascita-Scott che cinque anni fa portò
all’arresto di circa 500 persone del vibonese. Ma si celebra a Catania – con gran
danno naturalmente delle difese, logistico e procedurale. Perché l’apposita
aula-bunker costruita a tamburo battente per il processo si è allagata con le
piogge a Natale. Ci sarà un Rinascita-Scott per la costruzione del
maxi-tribunale?
Caporali a Milano
Rosarno non è sola,
e il caporalato non è solo di Foggia. “Il caporalato non è mai stato una piaga
soltanto delle pianure foggiane o delle campagne di Latina. Tra Piemonte,
Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia il tasso di irregolarità tra i
lavoratori nei campi oscilla tra il 20 e il 30 per cento Ad oggi, il numero dei
procedimenti giudiziari per sfruttamento del lavoro aperti nelle regioni del
Nord è pari al 28 per cento, quasi un terzo di tutta Italia. E la Lombardia non
è solo la prima regione italiana per valore della produzione agroalimentare, è
anche quella più colpita dalle indagini sul caporalato. La fotografia degli
sfruttati nei campi dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia arriva
dall’associazione Terra!, che ha presentato ieri il suo nuovo rapporto “Gli
ingredienti del caporalato - Il caso del Nord Italia” (“Il Sole 24 ore”).
Con un po’ di
ritardo, quello che si sapeva viene infine documentato.
Senza tempo
“Mo’ vidimu”, ora vediamo, Ulderico Nicastro assume a
forma verbale che caratterizza le sue Calabrie (“Controstoria delle Calabrie”,
p.119), e di fatto tutto il Sud – la sua paginetta richiama Sciascia e la sua Sicilia
senza futuro, il tempo futuro. “Gli antichi Greci usavano un tempo verbale che
chiamarono aoristos, che vuol dire «senza determinazioni»; e
che non era il passato e nemmeno il presente, ma la pura azione o condizione.
Lo stesso i calabresi (“è questa, insieme a qualche termine dialettale e cognome,
la sola eredità che lasciano i Greci ai Calabresi”), che dicono jia e vitti, sono andato, ho visto, “non
riferendosi ad anni e neppure a giorni fa, ma ad appena un momento prima; o al presente
in atto”. Una forma di passato prossimo, o presente continuo, anche se espresso
nelle forme del passato remoto. Che conduce però Nisticò alla conclusione: “Essi
dunque non posseggono alcun sentimento del tempo, bensì vivono in un’immutata eternità
in cui da almeno tre millenni non si avverte modificazione”. Nell’immobilismo.
Qualcosa
di vero c’è. Ma non nella conclusione di Nisticò: “La prima conseguenza, più
grave in questo mondo di fatti”, nel mondo attuale, “è che, non sapendo di
passato e presente, non sanno neanche di futuro”, i calabresi, i meridionali; “e
qualunque cosa pensino e compiano, la rinviano a non si sa quando… che per
loro, del resto, è sempre il costante presente”. Nisticò non lo sa o non lo dice,
ma accosta questo presente continuo al “bukra” e “malesh” degli arabi, il loro mañana e “non importa” - spesso assortito dall’“in šāʾ Allāh”, se Dio vuole. Al cosiddetto fatalismo.
Che non è sicuramente il caso.
Le retate della madonna
Mimmo Gangemi si chiede su “l‘Altravoce”,
il giornale gioiellino di Alessandro Barbano, il perché delle “retate”: “Per esempio
dei ragazzi delle bande giovanili l’altro giorno, 73 arresti e 154 denunce in
tutta Italia. Il delitto non va punito,
la colpa non è individuale, perché aspettare?”, si chiede. Potrebbe aggiungere
che solo in Italia si fanno le retate, se avesse accesso alla stampa europea e americana.
Perché le retate, e perché solo
in Italia? Perché se non ci sono i numeri non c’è l’eco di stampa, e non si va
nemmeno in tivù. Che è l’obiettivo delle retate: creare, o mantenere vivo, l’allarme,
non rassicurare, come normalmente fanno le polizie. Un obiettivo talmente “necessario”
che si va per la via più facile, quella dell’associazione delittuosa - nessun
bisogno di provare un delitto. Giudici, carabinieri e polizia vi si esercitano
con soddisfazione evidente, anche perché con le retate si rimediano titoli in carriera,
ma che c’entra questo con la repressione dei delitti e del malaffare?
Si arriva così al tuttomafia.
Per delitto d’associazione. Compresa la Madonna. Anzi, la Madonna specialmente,
in Calabria. Da parte di giudici e colonnelli neppure massoni, anzi alcuni buoni
democristiani, se non credenti. Gli inchini delle Madonne ai mafiosi, Polsi
santuario dei mafiosi, giuramenti mariani dei mafiosi.
Usa in dialetto siculo-calabrese-campano dire “della madonna” per dire un’esagerazione. Ma non basta per dire le retate per
associazione mafiosa. In Calabria si celebra un processo “Rinascita-Scott” partito
con 479 imputati – della sola provincia di Vibo Valentia (170 mila abitanti,
meno di Belluno). Quasi tutti per associazione, politici, amministratori, funzionari,
carabinieri e poliziotti compresi, dignitari massoni. Attorno al piccolo nucleo
di “un grosso traffico internazionale di stupefacenti”. Ora all’appello sono
ridotti a 236, la maggior parte sempre per concorso esterno in associazione.
Arrestare, arrestare,
qualcuno pagherà
Si fanno sempre, come ai tempi
del confino, niente è cambiato da Mussolini, anche se in nome più spesso dell’antifascismo,
molti arresti facili. All’uzzo dei Procuratori – i gip, che gli arresti
validano, anzi autorizzano, non contano niente. Le domande di “riparazione” per
ingiusta detenzione prima del processo, e quindi della sentenza, sono state
l’anno scorso 1.293, per tre quarti ritenute valide. I distretti del carcere
facile sono Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, secondo la disamina che ne fa
“l’Altravoce”, il giornale di Alessandro Bar8bano.
Sul “Foglio” Ermes Antonucci
documenta che dal 2018 al 2024, in sette anni, lo Stato ha pagato 220 milioni
per indennizzare le vittime di ingiusta detenzione. Ed evidenzia che “di questi
220 milioni ben 78 (cioè il 35 per cento) sono stati versati in Calabria”. Con
l’ovvia considerazione che “una regione di 1,8 milioni di abitanti ha assorbito
negli ultimi sette anni il 35 per cento dell’intera spesa” per risarcimenti. “Un
record”, prosegue Antoncci, “confermato anche nel 2024: su 26,9 milioni
complessivi, 8,8 milioni (il 33 per cento) sono stati versati per risarcire chi
è stato incarcerato ingiustamente in Calabria”.
Non in tutta la Calabria però:
la maggiore spesa è per i processi avviati dalla Procura di Catanzaro. Negli anni
i cui a capo della Procura è stato Nicola Gratteri, narratore di mafia egregio,
oltre che capo della Procura, ora, a Napoli. Antonucci fa un elenco di almeno quattro
procedimenti “storici” che hanno fatto più danni che buoni effetti. E conclude. “Nel
2024 il maggior numero di ordinanze di
indennizzo per ingiusta detenzione è stato emesso dalla Corte d’Appello di
Catanzaro: 110 sulle 552 di tutto il territorio nazionale”, il 20 per cento del
totale.
Il patrimonio del
radicamento
“Puoi togliere una ragazza dalla
provincia, ma non la provincia da una ragazza…”, propone l’intervistatrice,
Paola Piacenza, su “Io Donna”. “Io nemmeno sono di provincia, io sono paesana”,
risponde Vanessa Scalera: “Che è molto oltre. Ogni cellula di me parla quella lingua….
Torno a Latiana (Latiano? provincia di Brindisi, n.dr.) ogni volta che posso,
la mia famiglia che è lì è la mia tana”.
È il distintivo dell’Italia, in
mezzo all’Europa: il radicamento. Che può essere una trappola, ma c’è. Sicuramente
è (anche) una linfa, un radicamento generativo. Un patrimonio, si direbbe. Se non
che l’Italia, da un quindici anni, si diverte a smantellarlo.
Si investe molto nei “borghi”.
Soprattutto in pubblicità. E in sponsorizzazioni Unesco, del tipo “patrimonio
dell’umanità”. Per spendere denaro pubblico l’Italia non si tira indietro. Nel
mentre, però, che governa per smantellarli, anche con asprezza. Quando non
siano convertiti in agroturismi o centri vacanze, per lo più milionari. Con
tasse – tasse e non imposte, senza rapporto con il reddito o i consumi, o con i
servizi resi. Le cosiddette patrimonialine, Imu, Tari, elettricità.
La casa è stata scoperta come
cespite per finanziare l’allegra finanza pubblica da Mario Monti nel 2012, e da
allora è una sagra. Specie sulla seconda casa. La quale è al novanta per cento
la casa originaria, paterna, familiare, paesana. Di cui è giocoforza liberarsi,
diventando un focolaio di costi – le tasse aggiungendosi alla manutenzione – cui non si può che sottrarsi.
Poco di questo Appennino si salva. Forse quello sopra
Bologna e sopra Firenze. E l’Alto Lazio e l’Abruzzo marsicano, per il pendolarismo
possibile su Roma. Nelle aree di emigrazione, tra Piemonte e Liguria, in
Calabria e in Sicilia, le case abbandonate sono più di quelle abitate.
leuzzi@antiit.eu
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