Domanda: “Gli inquirenti la sospettavano di falso in bilancio aggravato,
false comunicazioni sociali, manipolazioni del mercato”. Risposta: “Io sapevo
di essere innocente e resto convinta che lo sapessero già anche loro”. Giulia
Ligresti, abusata dalla giustizia per sei anni, dodici anni fa, ha diritto
infine a un’intervista risarcitoria sul “Corriere della sera”, il giornale di
Milano – anche perché ha deciso di scrivere la verità in un libro.
Ligresti è stata assolta nel 2018 perché “il fatto non sussiste”. Ma dopo
aver perso la salute, e l’assicurazione Sai, passata a ingrossare Unipol, quelli
dell’“abbiamo una banca” di Consorte col segretario dei Ds, ex Pci, Piero Fassino.
Sai era la seconda assicurazione dopo Generali.
Dei due giudici che hanno rovinato Giulia Ligresti uno fa lo scrittore
di gialli in provincia di Como, Vittorio Nessi. L’altro, Marco Gianoglio, ha
creato e anima Area Democratica per la Giustizia – una sua corrente sindacale,
con la quale tenta di scalare Magistratura Democratica dall’esterno.
La vicenda ha un secondo volet. Liquidati i Ligresti, grazie anche
al pronto riallineamento politico di Mediobanca post-Cuccia, erano insorti problemi
sui modi e le misure con cui Unipol aveva fagocitato Sai, e la Procura di Milano
aveva aperto un’inchiesta. Indagava il giudice Luigi Orsi, uno che non aveva
avuto timori a inquisire perfino Carlo De Benedetti, e quindi non era affidabile.
Pronti Gianoglio e Nessi avocarono l’inchiesta a Torino, aggiungendo una seconda
ipotesi di reato – per poi mandare subito assolto l’indagato Cimbri, l’ad di
UnipolSai.
L’assegnazione dell’inchiesta UnipolSai ai due di Torino fu decretata in
Cassazione da Aldo Policastro, che si definisce “colonna” di Magistratura
Democratica, la corrente sindacale dell’ex Pci.
P.s. - Curiosamente “Il Fatto Quotidiano”, una sorta di
organo allora dei giudici “democratici”, contestava nella fattispecie all’eccellenza
Policastro “un clamoroso errore”. Ma senza ravvedimento - per i giudici non è
come per gli arbitri, che vengono “puniti”. Questo “Il Fatto”:
“ L’indagine sulla fusione UnipolSai è stata strappata
alla Procura di Milano e mandata a quella di Torino sulla base di un
clamoroso errore della Procura generale della Cassazione: non ha
tenuto conto che la pena per la manipolazione di mercato, che era da 1 a 6
anni, nel 2005 è stata raddoppiata, da 2 a 12 anni. La vicenda ha origine
nel giugno 2014, quando tra i pm di Milano (Luigi Orsi) e Torino (Vittorio
Nessi e Marco Gianoglio) scoppia un conflitto per chi deve condurre l’indagine
sulla fusione tra Unipol e Fon-sai. Venerdì 12 settembre la procura generale
della Cassazione comunica che dev’essere Torino. E lo motiva in un decreto di
12 pagine firmato dal sostituto procuratore generale Aldo Policastro,
il quale spiega che entrambe le sedi giudiziarie procedono ipotizzando a carico
di alcuni indagati, tra cui l’amministratore delegato di UnipolSai Carlo
Cimbri, il reato di manipolazione di mercato (articolo 185 del Testo unico
finanziario, pene da 1 a 6 anni), ma Torino ci aggiunge anche le false comunicazioni
sociali (articolo 2622 del codice civile, pene da 2 a 6 anni)”.
Semplice, no? La “manipolazione di mercato” è punita da 2 a 12 anni, ma
Policastro può decidere di no, e l’affare è fatto.
L’articolo del “Fatto”, del 16 settembre 2014, merita una lettura, per
le tantissime “escogitazioni” di Policastro a favore di Torino invece di Milano,
cioè del duo Norri-Gianoglio.
Ps 2 - Durante la detenzione di Giulia Ligresti ci fu anche un intermezzo semi-istituzionale. Poiché da ragazza aveva sofferto di anoressia, la matrigna Gabriella Fragni consigliò di cointeressare alla sua detenzione il ministro degli Interni, amico di famiglia, in quanto responsabile del Dap, per assicurarle un trattamento adeguato. Norri e Gianoglio lo seppero e si agitarono molto. Fecero anche sapere che un figlio del ministro era o era stato dirigente della FondiariaSai, la compagnia assicurativa dei Ligresti. Ministro era un prefetto, Annamaria Cancellieri. Un ministro tecnico. Ma era il governo di Mario Monti. E la cosa finì lì - Norri e Gianoglio si spinsero poi a chiedere la scarcerazione di Giulia Ligresti, per la detenzione ai domiciliari, ma il gip inflessibile disse no (Silvia Salvadori, oggi alla Procura Generale in Cassazione).
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