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lunedì 10 marzo 2025

Populismo riformatore

C’è una logica in Trump, anche se le cronache ci confondono le idee, nelle paci “imposte”, nei dazi minacciati, rimossi, riminacciati, nell’attacco tutti azimut alla spesa pubblica, al governo federale. È quella populista, ricorrente in America ogni paio di generazioni. Doppiata nel partito Repubblicano dalle limitazioni alla proliferazione federale, allo Stato dei politici, lontano dal cittadino.

La parola populismo è osteggiata in questa insorgenza come sinonimo di fascismo, ma è altra cosa - ed è, in America, anche di sinistra (lo è stata per esempio nel decennio di F.D. Roosevelt. In questa fase è conservativo ma non reazionario – c’era anche il fascismo “sociale”. Sicuramente non antidemocratico: è un’espressione democratica – una conformazione della democrazia, una delle tante.

Molte per esempio sono le analogie dell’attuale momento dell’Occidente – l’Europa e gli Stati Uniti – con gli anni 1980. La politica naviga da qualche anno a destra in Occidente. Successe, forse con maggiore radicalità, negli anni 1980. In Italia furono detti anni del “riflusso” – al governo c’erano, bene o male, i socialisti. Ma nell’autunno del 1980 la Fiat tenne fermo sul risanamento di Mirafiori, allora una fabbrica gigantesca, dove però lavorava un\a operaio\a su dieci, e sconfisse gli scioperi, mentre il capo del Pci Berlinguer ai cancelli patrocinava l’occupazione, con la “marcia dei 40 mila”. Qualche settimana dopo in America Reagan, reduce da un attentato quasi mortale a poche settimane dall’insediamento, affrontò con asprezza lo sciopero dei controllori di volo (per una piattaforma di richieste del tipo: aumenti di migliaia di dollari, settimana di quattro giorni…..) – indetto da un sindacato che lo aveva sostenuto nella campagna elettorale. Licenziò gli scioperanti, e li bandì da ogni futuro incarico federale – il divieto fu abolito dal primo Clinton, dieci anni più tardi. Gli scioperanti furono licenziati sulla base del principio stabilito dal presidente Coolidge, 1923-1928: “Non c’è diritto di sciopero nella sicurezza pubblica, per nessuno, in nessun luogo, in nessun momento”. Al posto degli operatori licenziati furono tremila estranei al sindacato, in aggiunta ai tremila che non avevano scioperato, più 900 militari. Nella controversia furono cancellati settemila voli, ci vollero settimane per normalizzare i voli. Reagan aveva esordito con un brutale, più di Elon Musk: “Il governo non è la soluzione del nostro problema, il governo è il problema”.

Due anni dopo Margaret Thatcher annientò il sindacato dei minatori, che fece inutilmente uno sciopero di un anno e mezzo, tra 1983 e 1984 – e liquidò l’industria pubblica.

Regana fu anche il presidente della liberalizzazione, sui canoni dell’economista premio Nobel Milton Friedman, con la riduzione delle tasse, etc. … Un’operazione non violenta, ma radicale. Mentre stanava il militarismo sovietico, avviandolo alla glasnost e alla perestrojka. E avviava la globalizzazione: la maggiore rivoluzione (anche sociale) e la più radicale dopo quella industriale del Settecento, che porterà in una sola generazione tre quarti dell’umanità all’affluenza (subito dopo Reagan gli Stati Uniti del suo vice Bush faranno pure finta di non accorgersi di Tienamen, della lunga repressione del dissenso politico e la libertà in Cina).

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