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Quel Gattopardo è un po’ verghiano
“Il gattopardo” senza il glamour
visconteo – del regista aristocratico e delle sue star. O “Il
gattopardo” messo a nudo? Virtuosamente centrato sulla ragione borghese di
Concetta, la figlia del principe, che si
ribella all’autorità paterna in chiave “io sono mia”. Piuttosto che sul declino
della magnificenza - o nostalgia, sotto forma di coscienza critica.
Giusto, perché “Il gattopardo” non sarebbe un romanzo verghiano, di scrittura semplice,
con nobili impecuniosi invece dei cafoni arricchiti? Di autore titolato, per parentela,
frequentazioni, e cause civili, ma di vita modesta, anzi triste e scialba, specie
dopo i bombardamenti bellici.
Un “Gattopardo” in questo, filologicamente,
dunque preciso. Ma una produzione senza pretese, tipo soap opera, per un
“pubblico universale”. Affidata a un regista inglese, della scuola che le serie
inventò settant’anni fa, gli “sceneggiati”. Che il romanzo solennemente “storico”,
come fino ad ora è stato recepito, riporta al feuilleton, con uno
spruzzo verghiano.
Straordinaria la potenza di promozione e persuasione
di Netflix. Per la regia di Tinny Andreatta, ora regina delle serie americane
come lo era a Rai 1?
Richard Warlow, Il gattopardo,
Netflix
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