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giovedì 13 marzo 2025

Quel Gattopardo è un po’ verghiano

“Il gattopardo” senza il glamour visconteo – del regista aristocratico e delle sue star. O “Il gattopardo” messo a nudo? Virtuosamente centrato sulla ragione borghese di Concetta, la figlia del  principe, che si ribella all’autorità paterna in chiave “io sono mia”. Piuttosto che sul declino della magnificenza - o nostalgia, sotto forma di coscienza critica.
Giusto, perché “Il gattopardo” non sarebbe un romanzo verghiano, di scrittura semplice, con nobili impecuniosi invece dei cafoni arricchiti? Di autore titolato, per parentela, frequentazioni, e cause civili, ma di vita modesta, anzi triste e scialba, specie dopo i bombardamenti bellici.
Un “Gattopardo” in questo, filologicamente, dunque preciso. Ma una produzione senza pretese, tipo soap opera, per un “pubblico universale”. Affidata a un regista inglese, della scuola che le serie inventò settant’anni fa, gli “sceneggiati”. Che il romanzo solennemente “storico”, come fino ad ora è stato recepito, riporta al feuilleton, con uno spruzzo verghiano.  
Straordinaria la potenza di promozione e persuasione di Netflix. Per la regia di Tinny Andreatta, ora regina delle serie americane come lo era a Rai 1?
Richard Warlow, Il gattopardo, Netflix

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