skip to main |
skip to sidebar
Un fesso non sono, e ho scritto “Il gattopardo”
Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra
“Licy” Wolff von Stomersee si sposarono tardi, nel 1932, lei di 38 anni, appena
divorziata (da un marito omosessuale, n.d.r.), lui di 36, e per undici anni,
fino al 1943, passarono la lunga calda estate siciliana separati, lui nel
palazzo avito a Palermo, lei nel castello di famiglia in Lettonia. A Palermo
dominava la madre amatissima del futuro scrittore, Beatrice Tasca di Cutò,
“Bona” nella corrispondenza del figlio, madre che si sa tirannica (fino a
imporre nomignoli femminili al figlio - già amante di Ignazio Florio) alla
quale la nuora era e resterà invisa. In alternativa a Stomersee, al castello
grande e freddo, e a Palermo, Licy passava anche lunghe stagioni a Roma, dove
viveva la sorella “Lolette” (Olga), sposa del diplomatico Augusto Biancheri, e
la loro madre, Alice Barbi, “la prima cantante italiana da concerto”. Grande
personaggio questo, sia detto in aggiunta, specialista di lieder, famosissimo
contralto di Fine Secolo, pregiata da Brahms, Clara Schumann e tutto l’ambiente
musicale, che si era ritirata dalle scene sposandosi, col barone Wolf von Stomersee
– poi zia acquisita di Giuseppe: vedova del barone von Wolff, aveva sposato
l’ex ministro degli Esteri (governo Bonomi) e ambasciatore italiano a Londra
Pietro Tomasi della Torretta, zio di Giuseppe.
Si scrivevano in francese, come la nobiltà
russa aveva usato, anche dopo “Guerra e pace” – gli Stati baltici, benché
teutonici, erano una propaggine russa. Da cosmopoliti mistilingue peraltro, con
incisi inglesi, o l’italiano colloquiale. Si scrivevano di niente, dopo le
primissime lettere, maggio 1932, di Giuseppe innamorato. Legati dal “non
detto”, “dall’implicito”, come avverte la curatrice: “Per anni riempiono
facciate di fogli parlando di niente, o meglio, parlando di tutto; della loro
salute (lei soprattutto), dell’amico Bebbuzzo e dell’altro chiamato «le
Philosophe», delle liti fra cugini, di cibo, di cani (molto), di case, di tasse
e di soldi (sempre pochi), di inquilini morosi e lamentevoli, di matrimoni e
conseguenti regali di nozze da fare, di Lila e Lolette (l’amica di sempre e la
sorella), dei pettegolezi del circolo Bellini e del caldo e del freddo,
tremendi, di Palermo e di Stomersee”. Ma il libro, singolare, è godibilissimo,
per il genio della curatrice. Che lo arricchisce di una breve nota, in cui
spiega come se ne sia occupata quasi quarant’anni fa, delle “due singolari e
bizzarre figure di Giuseppe e Licy”, collaborando con Gioacchino (erede di Tomasi)
e Nicoletta Lanza Tomasi, e con Boris e Gippi Biancheri, cugini del
“gattopardo”, per la rilevazione e valutazione delle allora poco o nulla
“attenzionate” carte di Tomasi di Lampedusa.
“Un matrinonio epistolare” aprì una valanga
di studi, ricerche, analisi, ipotesi, “romanzi, aneddoti, racconti e dicerie le
più varie”. Ma questo dietro le quinte di Cardona, per quanto conciso, resta
insuperato. Per la capacità di organare in un racconto le varie vicissitudini
della lunga corrispondenza - evidenziata anche dall’inerzia della postfazione
di Manganelli, più del solito manieristica. Di entrare nello “«stile» di un
matrimonio”, nella “forza che doveva avere il non detto”. Con confidenza,
malgrado tutto, e anche affettuosità. Lui è “Mimi” per lei, lei è “Murili”.
Non la corrispondenza insomma fra i due
coniugi, ma il racconto della corrispondenza. Pagine poche, ma densissime: non
ci sono segreti svelati, o pettegolezzi alimentati, eppure si legge. Con ampie
e pertinenti narrazioni di personaggi o eventi oggi remoti. Con molte chicche.
Tra esse la lettura argomentata del sogno premonitore che Giuseppe dettaglia a
Licy nel 1950, della sua fine e dell’opera che lo attende prima, imperiosa. E
la lettera ora famosa a Guido Lajolo, “il suo migliore amico”, il 31 marzo
1955, in cui gli comunica: “1) ho scritto un romanzo, 2) stiamo per adottare un
figlio”. E spiega: “Comincio dal primo e meno importante evento. Io non ho
cugini da parte paterna, intendo dire cugini di primo grado. Ne ho invece tre
da parte materna”. Sono i cugini Piccolo, di Capo d’Orlando, Giovanna Agata,
Casimiro e Lucio. Che con il cugino Giuseppe condividevano l’amore dei cani –
nel giardino della loro villa a Capo d’Orlando. Agata, la primogenita, ha
predisposto e lasciato un cimiterino affollato di cani, con nomi e date, una
ventina almeno. “Da un paio d’anni in questi miei tre cugini si è risvegliata
un violenta attività artsitica”, continua Tomasi - che attribuisce anche ad
Agata, che ha lasciato memoria di botanista, per la cura del giardino, anche
incisioni di acqueforti all’improvviso esposte “in mostre a Roma e a Milano,
con largo successo di pubblico e di critica”. Mentre Casimiro, “che aveva
dipinto tutta la vita da dilettante”, specialista di elfi e farfalle, “a
sessant’anni suonati ha messo su una mostra personale”, ha venduto tutto “in
una settimana ed è proclamato grande artista”. Il terzo, “il più giovane ma che
ha cinquantatré anni”, ha “fatto stampare un volumetto di versi, ne ha inviato
una copia al terribile Eugenio Mntale”, e il resto si sa – Montale folgorato,
inni, premi, onori, “un’iradiddio”. Conlusione: “Benché io voglia molto bene a
questi cugini (specie ai due ultimi) debbo confessare che mi sono sentito
pungere sul vivo: avevo la certezza matematica di non essere più fesso di
loro”. E ha scritto il romanzo.
Più di un saggio critico, più di una biografia
accurata, una curatela piena di insight fulminanti. Di Tomasi è detto
tutto a proposito dei Cugini Piccolo, “parte, con Licy, di quella specialissima
«setta segreta» che contemplava cultura ed aristocrazia come qualità
inscindibili, unita indissolubilmente da un senso di decadenza delle cose e da
un’infanzia aureolata come un Paradiso Terrestre”. Nel verso buono? Con i Piccolo
il pranzo di Pasqua del 1942, certo a guerra non ancora perduta, è a dir poco
sibaritico - p. 130 (ma tutti i racconti dei pasti in casa Piccolo, numerosi, sono straordinari). Poi c’è, sullo sfondo, la madre “Bona”, la Grande Madre
Mediterranea di Ernst Benrhard, che tenne Giuseppe al guinzaglio per cinquant’anni.
L’inverno del 1943 i bombardamenti su Palermo si intensificano, il palazzo di
famiglia, nel quale la madre vorrà poi restare a vivere, è praticamente
distrutto, “Licy” sta a Roma, e non scrive, o raramente.
Caterina Cardona, Un matrimonio
epistolare, Sellerio, pp. 197 € 14
Nessun commento:
Posta un commento