giovedì 3 aprile 2025

E venne Trump, e soli ci ha lasciati

“Gli Stati Uniti si ritengono il guardiano dell’Europa. Lo sono veramente?” E la Russia? “Qui, nella politica russa degli Stati Uniti, si trova uno degli impedimenti decisivi alla sovranità europea e agli interessi tedeschi”. Per questo bisogna “capire” gli Usa, che anche con la Russia dichiaratamente imperialista, degli zar, e poi con Stalin, trovarono accordi e provarono perfino entusiasmi. E dunque? Sottinteso: non c’entrano i “diritti”, la democrazia, la libertà nella politica americana di confrontation con la Russia. Lo stesso ora con la Cina. Per “ora” intendendo l’epoca, ma premonitrice del confronto armato, via Ue-Ucraina,  con Mosca, formalizzato da Biden due anni dopo, il 20 e 24 aprile 2024, con le due leggi “21st Century Peace through Strength” e “National Security package”. Non detto, ma chiaro: gli Stati Uniti ci hanno portati al disastro con la Russia, e ora ci vogliono portare al disastro con la Cina.

A 94 anni il decano della Spd, il partito socialista tedesco, già al governo, all’Economia e agli Esteri, nonché sindaco di Amburgo, dice quello che pensa - 94 all’epoca della pubblicazione, tre anni fa (già recensita su quest sito), 97 oggi. Decano e quindi diretto, esplicito, ma non isolato in Germania: il suo libro (che non viene tradotto), è stato un best-seller, malgrado la materia irta. In più dice il non detto della politica europea: gli interessi degli Stati Uniti possono non essere, e sempre più spesso non sono, quelli dell’Europa. Una politica estera basata sui valori (idee, principi) è un malinteso e può portare a brutte fini. La linea dura contro la Russia può essere negli interessi circostanziali degli Stati Uniti, della loro bilancia strategica mondiale, ma va contro l’Europa, la sua geografia e la sua storia, e i suoi interessi. Così pure nei confronti della Cina: la politica di potenza degli Stati Uniti è in questa fase rischiosa, e compromette il futuro della Unione Europea.
Non è il solo punto critico della trattazione, ma è il primo. Attraverso una semplice ricognizione degli Stati Uniti quali si vogliono e sono. In due pagine si mette sotto scrutinio l’“anima” geopolitica degli Stati Uniti, così spesso sottaciuta, benché dichiarata, per essere una potenza diversa: senza grandi nemici potenziali ai confini, protetti da due oceani, con una costituzione “divina”, intoccabile da 230 anni, elezioni ogni due anni, guerre in continuazione, e la “eccezionalità”, la “nazione unica” di John Quincy Adams, il sesto presidente, figlio di John Adams, il secondo presidente che aveva proclamato la “dottrina Monroe”, o l’America agli Americani, una dottrina imperialista a ridosso della nascita della nazione, con applicazioni costanti, dapprima nel continente americano e nel Pacifico, contro la Spagna, il Giappone e la Cina, poi, nel Novecento, in Europa e nel mondo. Lo storico Foster Rhea Dulles, cugino del futuro ministro degli Esteri John Foster Dulles, poteva celebrare a metà Novecento “America’s Rise to World Power. 1898-1954”.
Il secondo punto, sempre alle prime pagine, è tratto da Brzezinski, il consigliere per la Sicurezza del presidente Carter. Che mezzo secolo dopo Foster Rhea Dulles, nel 1997, fotografava 
così la realtà in “La grande scacchiera” (sottotitolo “Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”): “L’Europa è la testa di ponte geopolitica essenziale col continente euroasiatico”. Per concludere da subito, anche se interrogativamente: che farne, come regolarsi? L’Europa come “testa di ponte” della strategia mondiale americana non è voce dal sen sfuggita a Brzezinski, si può aggiungere, è una costante. Non dichiarata prima di Trump, ma nei fatti. .

Sono anni di ri-nazionalizzazioni, si può aggiungere. Negli Usa ma anche in Europa, con la Brexit, e in forme meno radicali in più aspetti della Unione Europea. Mentre nessuna stabilizzazione si è raggiunta sulle molteplici frontiere con la Russia, come sarebbe nell’interesse (e d’obbligo) per la Ue, a parte la borbonica “faccia feroce”, o in Medio Oriente, in Israele, in Libia, nel mar Rosso, in Siria, in Iran, in Afghanistan - e, benché non se ne parli, in Turchia.
Il sottotitolo è anche ambizioso: “Orientierung für deutsche und europäische Politik in Zeiten globaler Umbrücke”, in tempo di rivolgimenti globali. Un “senza fronzoli”, lo vuole Dohnanyi nell’introduzione. “Ho scritto questo libro anche come amico sincero e ammiratore degli Stati Uniti, cui ho molto da ringraziare per i settant’anni della reciproca conoscenza e amicizia”. Un’aggiunta alla premessa, alla seconda edizione con la guerra imminente, ricorda: “Già a fine novembre 2021”, licenziando il libro, “scrivevo che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato avrebbe comportato grossi pericoli”.
Klaus von Dohnanyi, Nationale Interessen, Siedler, pp. 238, ril. € 22

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