mercoledì 2 aprile 2025
Ombre - 768
Scompare e
riappare il drone russo su Ispra. L’unico “fatto” sono le paginate di
ricostruzioni, ipotesi, pareri di esperti, dietrologie. Oggi la “notizia” è:
forse non è un solo drone, o lo stesso, ma unico potrebbe essere il suo manovratore.
Alcuni soci, Serra
come il kombinat Caltagirone-Del Vecchio, hanno fatto una puntata
grossa, da leccarsi i baffi. Ma per gli altri soci che non praticano il trading?
Mps sarà ormai sinonimo di ammazza-azionisti?
La mano invisibile è il lavoro fatto bene
Che voleva dire Adam Smith, la cui “mano
invisibile” ricorre una sola volta nei due volumi della “Ricchezza delle
Nazioni” (1.200 pagine nella più sintetica delle traduzini, n.d.r.), e una sola
volta, in altro contesto con altro significato, nella voluminosa “Teoria dei sentimenti
morali”? Non diceva nulla di quanto s’intende. Glielo hanno fatto dire Paul
Samuelson e Friedrich Hayek dopo la guerra, a supporto della loro “logica del
libero mercato”.
Smith ne parla a commento del caso di chi si
arricchisce “con il sostegno dell’industria domestica a preferenza di quella
straniera, anche soltanto per la propria sicurezza”, e da questa attività
industriandosi di ricavare il maggior valore possibile. Sono “queste condizioni,
accanto alla «libertà», (che) sono i prerequisiti di un sistema capitalistico
funzionante”.
Poche pagine ma con tutte le pezze d’appoggio
necessarie.
Oren Cass, In Search of the Invisible
Hand, Imf, “F&D Finance&Development”, March 2025, free online
martedì 1 aprile 2025
Problemi di base daziari - 851
“I microbi non
pagano dazio e non s’arrestano alle frontiere”, Massimo Livi Bacci: e Trump?
“I dazi sono un
atto di guerra”, Warren Buffett?
“Contro se
stessi”, id.?
“E poi”, id. ?
O sono una
furbata - il proverbiale “fare il furbo per non pagare dazio”?
Chi abbaia non
morde?
Viricidi a Roma, nel Seicento
“Mogli avvelenatrici e mariti violenti nella
Roma del Seicento” è il sottotitolo. Come dire una storia di “viricidi”. In
esergo un “Le Donne sono state sempre un veleno della Natura!”, citazione dalla “Faustina”,
il romanzo della figlia dell’imperatore Antonino Pio, del semi-dimenticato Antonio Lupis da Molfetta,
attivo a Venezia nel Seicento. E subito dopo il bando pubblico: “Sabbato saranno
impiccate in Campo di Fiore cinque donne artefici di veleno che uccideva senza
darne verun segno”. Come nei casi di Poirot quattro secoli dopo. Il veleno era
liquido, l’“acquetta”, una pozione non immediatamente letale, da somministrarsi
a piccole dosi per più giorni.
Non un’epidemia. Un caso su cui la
storica si è imbattuta in ricerche d’archivio, documentato dalle carte del
processo, segreto. Di cui però dà il contesto. Con qualche precedente, che però
non documenta un eccesso di avvelenamenti, né di venefici a opera di donne. Nella
Francia medievale sono vittime degli avvelenamenti quasi sempre uomini, l’89
per cento. Ma tra gli autori dei venefici solo una su quattro è donna. “Nell’Inghilterra
della prima età moderna”, Cinque-Seicento, “solo56 degli oltre 3.600 casi di
omicidio presi a campione sono di avvelenamento”, e solo 34 ascritti a mano
femminile. A Roma tra 1535 e 1630 il tribunale criminale esamina solo 29 casi di
veneficio, su circa 3.500 procedimenti, di cui solo 11 vedono imputate donne, e
per lo più in concorso con uomini.
Il caso qui documentato e raccontato
si direbbe quindi unico. Ma poi un lungo capitolo intrattiene su “memoria e
fortuna dell’acquetta!”. In tutta Europa, nell’immaginario e nella realtà.
Benché il processo romano fosse stato segreto. Il “dopo” si direbbe, al
contrario del “prima”, un’epidemia. Mentale e pratica. Una “Memoria” che è già
un libro a parte, sulla formazione dell’opinione pubblica. E probabilmente sui
tanti processi e le stragi di stregoneria, che imperverseranno oltralpe.
La ricostruzione del processo e
della condanna è anche uno spaccato di Roma a metà Seicento. Della conformazione
e la vita nella città. Specie nei ceti e gli ambienti popolari.
Una corposissima ricerca, con molti materiali
d’archivio. Assortita da una bibliografia di 40 pagine.
Feci, specialista di storia delle donne in
età modenra, Cinque-Seicento, specie a Roma, su “diritti e patrimoni”, su “linguaggi
e politiche del diritto”, sulle strategie e pratiche di autodifesa, tratta la vicenda
come una forma di autodifesa. Da mariti o avventurosi compagni violenti, e\o
nullafacenti, e\o ubriaconi. Ma, poi, le donne sono state implicate, giudicate
cioè colpevoli. La stessa storica dice l’acquetta “uno dei complotti
tutti al femminile della storia”, anche se aggiunge “pochissimi”. Ma non era il secolo
anche, come lei stessa ricorda, di Artemisia Gentileschi, di Cristina di
Svezia, della Monaca di Monza? Cioè di una condizione femminile certamente svantaggiata
ma non repressa - non una situazione da donne velate.
Simona Feci, L’acquetta di Giulia, Viella, p, 366 € 28
lunedì 31 marzo 2025
Secondi pensieri - 557
zeulig
Ambizione
-
“È solo i moribondi che sono liberi dall’ambizione”, Graham Greene fa dire al
suo personaggio Dreuther, ricco, potente e svagato, in “Loser takes all”: “E
loro probabilmente hanno l’ambizione di vivere. Alcuni mascherano la loro
ambizione - e questo è tutto”.
Democrazia
-
È verità - le procedure (voto, rappresentazione, istituzioni) vengono dopo,
tutte buone e cattive.
Digitale
-
“Una specie di Stato fallito” lo dice Giuliano da Empoli parlando con Stefano
Montefiori del suo libro “L’heure des prédateurs” su “La Lettura”, “con
dinamiche simili ovunque, dagli Stati Uniti alla Corea del Sud alla Nigeria.”
Di Stato fallito
nel senso del disordine organizzato: “Non è il mondo reale, democratico, che
colonizza lo spazio digitale. Accade il contrario: è la Somalia digitale, con
le sue logiche, le sue dinamiche, i suoi personaggi, a conzionare il mondo reale”.
Il problema è
quel “reale”: non è più reale il digitale, più dello “Stato democratico”, cioè autocratico
(burocratico)?
Eugenetica
-
È in essa che s’inquadra l’eutanasia: la buona morte nella buona razza. L’avviso
cinque anni fa della Siaaarti, la società italiana degli anestesisti, di fare
posto negli ospedali ai più forti prima che ai più deboli, minimizzato e anzi
occultato in Italia, è stato ripreso in grande dai media Usa, dove è forte la
teoria (e forse la pratica) della “buona morte”, o “morte misericordiosa”, in
greco eutanasia: la morte con una spintarella, medica. Nella tradizione
eugenistica, ormai secolare, della purezza della razza. Opera dell’avvocato
Madison Grant, che la teorizzò in “The passing of the Great Race” - non di una
corsa, automobilistica o podistica, ma della “razza grande”, nordica – nel
1916, e la mise in pratica promuovendo una serie di leggi: per l’immigrazione
negli Usa, restrittiva per i latini, gli slavi e gli asiatici neri; contro
la misgenation, i matrimoni interraziali; e per la “morte
misericordiosa” dei poveri. Con l’amico e socio Theodor Roosevelt, poi
presidente Progressista e Nobel per la pace, col quale fondò nel 1895 la New
York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud
Europa e sterilizzare gli immigrati da quelle zone: italiani, iberici,
balcanici.
Il
blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni
Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione dei
poveri fu invece coatta e si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola
California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo
americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la
autorizzò nel 1927, quando di anni ne aveva 86, anche per i “mentalmente
disabili”. Bisogna temere i vecchi?
Le
leggi americane in tema di immigrazione, razze, procreazione e “buona morte”
furono studiate da Hitler, prima di varare le leggi razziali di Norimberga,
contro gli ebrei e altre minoranze, e la legge denominata Aktion T 4, per
l’eliminazione “indolore” dei minorati, fisici e mentali. Molto “Mein Kampf” si
rifà esplicitamente a “The passing of the Great Race”.
Nell’autunno
del 1935, dopo l’emanazione delle leggi di Norimberga, una delegazione tedesca
di 45 professori di diritto sbarcò a New York per approfondire le leggi
selettive americane, accolta con grandi onori.
Una eco della crociata e
delle leggi eugenetiche in tema d’immigrazione si ha oggi nella
proposta Trump di favorire l’immigrazione negli Usa dei bianchi del Sudafrica.
Nazione - È la stirpe? Più diffusa, dacché rientra nel nazionalismo, quindi ormai da due secoli e qualche anno, dalla “rivoluzione” napoleonica contro gli Stati dinastici, è quella che si costruisce storicamente. Alexandre Koyrè ne sintetizza due elementi ricorrenti (“La quinta colonna”, p. 19 n. 8): “L’unità nazionale emerge dall’unità dinastica e la sostituisce; oppure si oppone all’unità dinastica e finisce per distruggerla; i legami religiosi rimangono e rafforzano o, al contrario, indeboliscono il legame nazionale - una minoranza religiosa è sempre sospetta”.
Ma, di fatto, passando cioè sopra all’ideologia della nazione stessa, o della liberazione napoleonica, non si sa - è discutibile - se ha fatto più per la nazione, per la liberazione dei popoli, il nazionalismo, p.es. i “primati” ottocenteschi, dell’Italia, della Germania, delle tante tribù slave, oppure il concetto monarchico, del re protettore dei suoi sudditi, della loro vita, della sopravvivenza, della libertà. P. es. nelle guerre di Giovanna d’Arco, della resistenza francese con l’occupazione inglese. O dello zar di Russia contro Napoleone.
Storia - Si contesta alla commissione incaricata dell’adeguamento dei programmi scolastici di avere aperto le sue proposte con la frase: “Solo l’Occidente conosce la storia”. Con l’obiezione semplice, quasi ovvia, che è un’affermazione d’ignoranza (e l’India allora, e la Cina, e gli Inca e gli Aztechi, e il mondo intero?). Ma senza distinguere fra storia come eventi e storia come storiografia - ricostruzione e analisi (ragionamento) degli eventi. È possibile?
Non tutte le contestazioni sono “politiche” (tra destra e sinistra, conservatori e progressisti, e altre categorie giornalistiche), ci sono delle critiche anche “pensose”. Quindi abbiamo già smarrito anche questa, pur così semplice, fondamentale distinzione?
Verità - Si dice negli atti giudiziari “la verità a
verbale”. La verità cioè evade nel segreto, è il segreto
non segreto dei Carabinieri - dell’Autorità, o comunque di chi la “accerta”. È cioè
un invito (un’apertura) alla rivolta, alla contestazione dell’Autorità.
Tradire è allora possibile, non solo rivoltarsi.
Come lo è (stato) essere traditi, dai Carabinieri. E così lo spergiuro: è
l’effetto della verità, che non vuole concorrenti.
Ma non necessario, molti si divertono senza
malanimo, per superficialità o superbia.
Diverso è se si muore. La verità deve andare
oltre la vita.
zeulig@antiit.eu
La guerra per il Canada e gli altri allargamenti Usa
Si accredita il Trump imperialista, che “vuole”, per ora, il Canada, la
Groenlandia e Panama come unamerican, contrario alla tradizione
americana. E invece le acquisizioni, per denaro o come semplici annessioni, sono
ciò che connota gli Stati Uniti nella storia, degli Stati e anche degli imperi
- compreso l’impero romano sul quale i padri della patria americana intesero
conformare il Paese.
Il primo passo fu l’acquisto della Louisiana dalla Francia, nel 1803. L’ultimo
l’acquisto dell’Alaska, dalla Russia, nel 1867 (per 7,1 milioni di dollari, che
oggi ne varrebbero 120).
La Louisiana del 1803 non era lo stato di oggi, ma poco meno di un terzo
degli attuali Stati Uniti, a sinistra del Mississippi, degli Stati Uniti originari,
dal golfo (ex?) del Messico su fino al Canada. Lasciando fuori la Florida un
alto, dall’altro i cosiddetti “territori spagnoli”, praticamente un altro terzo
degli Usa oggi, con gli attuali Texas, Nuovo Messico, Arizona, Colorado, Utah,
Nevada, California. Per sapere che cosa aveva comprato, il governo americano organizzò
una grossa spedizione di scoperta, la Lewis e Clark,1804-1806 - una spedizione
in pieno stile coloniale, con gente capace di leggere i quadranti, gente capace
d’intendere le lingue locali, gente in contato con altra gente un po’ più
avanti (le guide). La spedizione viene ritenuta ora l’atto di avvio della “corsa
al West”.
La Florida è stata annessa poco dopo, nel 1812, ufficialmente per far
fronte alle incursioni che da quel territorio gli indiani effettuavano negli Stati
Uniti. Nello stesso anno si fece guerra all’Inghilterra per il Canada. In questo
caso l’Inghilterra poté resistere, grazie alla flotta, e nel 1818 si fece un accordo
per definire il confine al 49mo parallelo. Ma gli Stati Uniti continuarono ad
allargarsi, anche con la forza, e sottrassero al Canada l’attuale Nord-Ovest, gli
stati Oregon e Washington - acquisiti formalmente nel 1846. Altri tentativi -
infruttuosi - di annessione del Canada si ebbero dopo la guerra civile, tra il 1865
e il 1870.
L’acquisizione dei “territori spagnoli” fu fatta a pezzi e bocconi nella
prima metà dell’Ottocento fa fatta senza pagare. Con incursioni di bande armate,
con l’introduzione di coloni, con la “difesa” dalle ostilità locali, degli indiani.
Per il Texas si dovette fare una guerra contro il Messico, conclusa nel 1845.
Nella guerra di Fine Secolo contro la Spagna, la splendid little war del
1898, avviata in seguito all’affondamento a Cuba della corazzata in
semi-disarmo “Maine” - un affondamento misterioso, forse un autoaffondamento - gli
Stati Uniti si presero Guam e Porto Rico, insieme con Cuba e le Filippine. Un’ondata
di rivalsa si suscitò in America “Remember the Maine! To Hell with Spain!”,
che portò alla “splendida piccola guerra” contro la Spagna. Cuba si proclamò
indipendente - ma fino al 1958 sotto protettorato americano informale. Le
Filippine resistettero variamente, e nel 1946 ebbero riconosciuta dagli Stati
Uniti l’indipendenza. Lo stesso anno le Hawaii, su cui gli Stati Uniti esercitavano
da vent’anni il protettorato politico-militare, si offersero a Washington, come
territorio americano - Pearl Harbour, che portò gli Stati Uniti alla guerra nel
1941, è nelle Hawaii.
George Washington vedeva i futuri Stati Uniti come “la creazione di un
impero”. E subito dopo la nascista, il liberale Jefferson ne auspicava l’allargamento
in quanto “impero della libertà”.
C'è affarismo in America
L’America di Trump un
secolo e mezzo fa? O è l’America di sempre? Ciclica naturalmente, con alti e bassi
e deviazioni, come tutto, con aperture e chiusure, generosa e truce, onesta e
corrotta, puritana e svergognata, democratica e non. Però, questo sì, sempre
America dal destino speciale, non uno fra i tanti. Un po’ missionaria si direbbe
- anche nel faceto Twain, di questo e altri libri.
“The Gilded Age” è il titolo,
l’età dell’oro, ma non nel senso classico, dell’eden, in quello proprio, del
materiale, della ricchezza. Un romanzo che ha dato il nome a un’epoca, gli anni
1870, che si sarebbero meglio detti in America della Ricostruzione, poiché
successivi alla guerra civile, ma furono invece anni di corsa all’arricchimento
facile e di corruzione. Gli anni delle due presidenze di Ulysses Grant (1869-1877),
dell’affarismo, della corruzione politica, della “conquista del West”, violenta
- lo stesso Twain, fra i tanti mestieri, aveva fatto anche il cercatore d’oro. Già
sanzionata dal padre riconosciuto della patria poetica Walt Whitman, e successivamente
da altro poeta celebrato, James Russell Lowell, nella “Ode al Quattro Luglio”.
Nel 1871 Whitman, già
cantore dell’American Dream, del sogno americano o dell’innocenza, della natura
e della purezza di spirito, aveva sporto denuncia con grande violenza verbale
in quello che è considerato uno dei primi saggi moderni di politica comparata, “Visioni
democratiche”. Già contro il
“partitismo”, contro cui si eserciterà la scienza politica di metà Novecento, “i
partiti che usurpano il governo, selvaggi e voraci”. E contro il materialismo:
“Non c’è mai stato qui, forse, più vuoto al cuore di oggi, qui negli Stati
Uniti. I sentimenti genuini sembrano averci abbandonato”. Un appello ad
“abbandonare i partiti; sono stati utili” ma “con viene non sottomettersi ai
loro dittatori”. Contro l’affarismo si formò pure un partito, dei Riformatori
Liberali, un partito d’opinione, e aristocratico, della deriva facendo carico alla
politica di massa, cioè, in sostanza, all’egualitarismo, ma non isolato.
Il romanzo è molto altro,
ma è soprattutto questo. È il primo romanzo di Mark Twain, scritto in tre mesi,
così si vuole, e subito pubblicato. Tutto nel 1873. Scritto con l’amico Warren,
giornalista introdotto e saggista, di famiglia puritana. Si finge scritto dai
due amici su istigazione delle mogli, stanche delle loro lamentele sullo stato
delle lettere in America: “Scrivetevelo da voi, il libro buono!” E tratta di molte
cose: le famiglie, le “stranezze” femminili, la corsa al West. In una sorta di
frenesia del fare, senza sentimenti morali - tanto più per il puritano Warner?
È un romanzo umoristico,
quindi troppo lungo. Ma oggi risuona quasi contemporaneo.
Era uno dei vecchi volumoni
Casini, curato da Luigi Berti, il dimenticato scrittore e poeta elbano, sodale
di Luzi, Landolfi, Macri, negli ultimi sprazzi di Firenze, e di Quasimodo,
traduttore importante di Dylan Thomas, Melville, Robert Penn Warren.
Mark Twain- Charles
Dudley Warner, L’età dell’oro, Mattioli 1885, pp. 560 € 16
Elliot, kindle, pp. 670 €
9
Casini, pp. XII- 678 €
10,38
domenica 30 marzo 2025
Dazi e destre, rieccoli
Si ritorna a dazi e contingenti come un secolo fa, poco meno, a partire
dal crac del 1929 e dalla Grande Depressione. E ai regimi autoritari, quanto
meno di destra. Il crac economico, come sempre, a partire dagli Stati Uniti, dall’economia
“libera”. L’autoritarismo in questo caso anch’esso americano, ma di origine,
natura e diffusione più europea.
Negli anni 1930 erano una ventina i regini autoritari in Europa, sulla
traccia aperta dal fascismo - o dalla rivoluzione bolscevica. Italia e Germania
naturalmente, e Portogallo e Spagna, e Austria, Baltici (Estonia, Lettonia,
Lituania), Polonia, Balcani (Ungheria, Jugoslavia, Albania, Romania, Bulgaria,
Grecia), la Finlandia, e la grande Unione Sovietica, comprensiva di Russia,
Ucraina, Bielorussia, e il Caucaso (Armenia, Georgia, Azerbaigian).
Oggi le destre europee non sono più “autoritarie”, sono tutte più o meo
costituzionali, ma sono di destra, almeno nell’opinione pubblica se non al
governo, una buona ventina dei 27 paesi dell’Unione Europea. Finlandia, Svezia,
Baltici, Olanda, Portogallo, Ungheria, rieccoli Serbia, Croazia, Grecia, Italia.
Con una forza crescente, e dominante nell’opinione, in Germania, Francia, Austria,
Romania.
Grasse risate se scorrette
Il Feydeau più Feydeau che c’è, di equivoci e risate, resuscitato da
Rifici, a lungo assistente di Ronconi, e poi a lungo direttore della
scuola di teatro a Ronconi intitolata dal Piccolo di Milano.
Seriosamente? Un adattamento geniale, un fuoco d’artificio
di invenzioni sceniche, mimetiche, dialogiche. Pareggiato
dalla semplicità: fondale e quinte ridotte a un semplice,
miracoloso, armadio. E un nugolo di equivocanti che
sono insieme comici, mimetici (trasformisti), saltimbanchi,
fini dicitori e anche musicisti. In un susseguirsi incalzante di
buffonate, da farsa. Scandito da scene da applauso, com usava nel
vecchio teatro.
Feydeau nel 2025, tra woke, diritti, e correttezze - un autore e una
commedia per definizione scorretti? Eppure c’è. Prodotto da Lugano
Arte e Cultura - col Piccolo di Milano, certo. Dalla cui scuola
sono gli attori versatili, polivalenti, dicitori, ballerini, saltimbanchi,
mimi, cantanti, musicanti. Ma la prima risata, incerta, isolata, è venuta
dopo venti minuti. Il primo applause da scena madre, tiepido, dopo
un’ora. Il pubblico “impegnato”, come si diceva prima del
woke, non riconosce più una commedia - grasse risate e molti applausi
s’immaginano in un’arena popolare, in teatro da piazza.
Georges Feydeau (Carmelo Rifici), La pulce nell’orecchio, Teatro Il
Vascello, Roma
sabato 29 marzo 2025
Problemi di base geostorici - 850
spock
Il Canada, una
piccola enclave tra l’Alaska e i Grandi Laghi?
Quand’è che il
Messico si è staccato dal Texas?
Ma, poi, l’America
non era dei vichinghi, passando per la Groenlandia?
Trump ci fa o ci è, il capo del mondo libero?
Il mondo libero non è più libero?
“In un mondo
rovesciato, il vero è un momento del falso”, Guy Debord?
spock@antiit.eu
Il banco vince sempre, o no
Il contabile della
ditta risolve a Londra un problema al Grande Capo, che lo omaggia di una luna
di miele pagata al Grand Hotel di Montecarlo. Dove gli dà appuntamento ma non si fa
vedere. Le cose si mettono dunque male, ma no problem. L’albergo gli
anticipa graziosamente milioni, poiché è ospite del magnate. E a Montecarlo c’è
il casinò. Dove il ragioniere matematico rischia di diventare non solo milionario,
ma addirittura padrone della ditta.
Non un giallo, non ci sono morti, ma molte
curiosità e ribaltamenti, dentro l’ordinario, sul solco del giallo all’inglese,
benché - o per questo - totalmente irrealistico. A margine, una parodia feroce del
modo di (non) essere della finanza - allora come oggi: tecnicamente
irreprensibile.
Un “divertimento” dello scrittore “cattolico”,
senza politica e senza il “fattore umano”, scritto nel 1955 e subito tradotto, ma
poi derelitto, e ora quasi introvabile. Che invece meriterebbe.
Graham Greene, Vince chi perde
venerdì 28 marzo 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (588)
Giuseppe Leuzzi
Buio in sala, pagato dal Sud
“U.S.Palmese”,
l’ultimo film dei Manetti Bros, ha tutto per essere recepito come un film di culto. Il calcio di oggi, tutto
social e influencer, contro la passione antica, il club del cuore
(l’identificazione), la partita come sfida e come sogno, i derby o le
passioni paesane, di quartiere, di ceto, politiche, contradaiole. E la raccolta
dei fondi, poveri e ricchi uniti nella lotta. Se non fosse ambientato in Calabria.
Ma, per dire, a Cervignano del Friuli. O a San Miniato (ex) al Tedesco.
La nomea della Calabria è di ostacolo anche alle piccole
cose - in questo caso al successo commerciale del film. Oltre che
all’autostima.
La Calabria Film Commission, che ha finanziato questo (interamente girato a Palmi, con qualche posa a Milano) come tutti i film che mostrano un qualche riferimento alla Calabria, è un caso macroscopico di autolesionismo, trattandosi di capitali, per quanto irrisori, investiti nelle ‘ndranghete. Altrove c’è più cautela. Soprattutto
in Puglia, che è riuscita a ribaltare in pochi anni la sua immagine, ora prospera
e grassa, e sorridente. Ma anche in Sicilia, e naturalmente a Napoli.
Il Gattopardo della
Grande Madre Mediterranea
Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
poi autore del “Gattopardo”, Caterina Cardona, che ne editava a mezzo secolo fa
la corrispondenza con la moglie (“Un matrimonio epistolare”), vuole a metà trattazione
(p.95), dovendo incidentalmente menzionare la madre, figlio della della Grande
Madre, “colei che comprende tutto, perdona tutto, sopporta tutto”. Ma di fatto fagocitando
i figli, una Medea, seppure figurativa.
Figlio della “Grande Madre
Mediterranea” in senso proprio, precisa la stessa Cardona subito dopo, la
figura creata da Ernst Bernhard, il non dimenticato analista junghiano. “Riconoscibile
nei miti di Demetra e Persefone, primitiva e inconscia, che quanto più vizia i
suoi figli «tanto più li rende dipendenti da sé»”. Li rende dipendenti da sé
viziandoli.
Tomasi di Lampedusa, il futuro
autore del “Gattopardo”, giovane trentaseienne, scrive da Palermo alla sua
amata futura moglie a Stomersee in Lettonia che si alza “alle nove e dieci”. Fa
la colazione che il servo gli porta. E non fa più nulla tutto il giorno. Per
tre volte al circolo, mattina, pomeriggio, dopocena, qui con i cugini, “e
all’una rientro”, all’una di notte. Completa la routine quotidiana la
passeggiata con la madre: “Alle sei esco con mia Madre, a piedi. Percorriamo
via Ingham, il Politeama, via Libertà e andiamo a prendere un cremolato di
fragole e crema (molto buono). Dopo di che alle sette e un quarto deposito mia
Madre da sua sorella, cioè proprio di fronte alala gelateria, e vado al Circolo
dove mi applico a scandalizzare le anime timorate…”.
Anche in guerra, “tra il ’40 e
il ‘43”, spiega Cardona, “Giuseppe scrive a sua moglie quasi tutti i giorni. Non ha niente da dire”, non potendo più parlare della madre, in rotta con la
moglie, “di altro non si cura, la guerra, i bombardamenti, l’invasione, e
denuncia la fatica del cercare qualcosa da raccontarle”. Prima del “Gattopardo”,
un Buonannulla.
L’inerzia personale poi diventerà
capo d’accusa nel romanzo. Quando don Fabrizio dice: “Il peccato che non
perdoniamo è quello di fare”. Ma lo dice della Sicilia.
La liberazione
della Sicilia
Raleigh Trevelyan, “Principi
sotto il vulcano”, il “romanzo” delle famiglie inglesi di Sicilia, Ingham e
Whitaker, ha una pagina, 383, sulla liberazione della Sicilia nel 1943:
“L’11 giugno 1943, Pantelleria
fu occupata dagli alleati, la cui unica perdita consistette in «un soldato
morsicato da un mulo». Subito dopo, ci fu la conquista di un’altra isola,
Lampedusa. Arresasi a un aviatore britannico atterratovi per errore, essendo
rimasto senza benzina. L’inizio dell’invasione della Sicilia, la cosiddetta
‘Operazione Husky’, ebbe luogo il 19 luglio, e fu preceduta da violenti bombardamenti
su tutte le maggiori città dell’isola. Gli sbarchi avvennero a Licata e a Gela.
Quattro dei cinque traghetti usati dai tedeschi nello stretto di Messina furono
affondati, e della cattedrale di quella città rimasero soltanto le mura
esterne. Gravemente danneggiata fu anche la biblioteca universitaria, ma per
fortuna la preziosa collezione di manoscritti greci era stata trasferita a
Bronte. Anche Catania venne duramente colpita. Il museo di Marsala, che
ospitava molti dei reperti di Mozia, e il baglio Woodhouse furono completamente
distrutti, e andarono perduti tutti gli archivi dei Woodhouse, degli Ingham,
dei Whitaker e dei Florio. Il Ginnasio Romano di Siracusa fu anch’esso gravemente
danneggiato sia dalle bombe che dai vandali, ma la sorte peggiore toccò a
Palermo: vaste zone della città furono rase al suolo, e oltre sessanta chiese,
in gran parte barocche, furono distrutte o gravemente danneggiate.
“Come ebbe a dire lo stesso
generale Patton, per una profondità di due isolati a partire dal fronte del porto,
praticamente ogni casa fu ridotta a un mucchio di macerie”.
Le due Sicilie
sono tre
C’è fra le “due scritture” siciliane
della Sicilia - di cui alla precedente rubrica - una terza posizione, di amore e
ammirazione incondizionati, per la natura. Esemplificata da Tomasi di Lampedusa, nel “Gattopardo”
e poi ancora ne “I luoghi della mia prima infanzia”. In Tomasi la sicilitudine
è “l’amore abbagliato, commosso per il paesaggio ed il clima siciliano” che il
suo allievo Francesco Orlando molti anni dopo (“Ricordo di Lampedusa”) scopre
con stupore nel suo sempre pudico, diminutivo, maestro.
Nei “Luoghi”, oltre che nella
corrispondenza con la moglie sempre lontana, questa speciale sicilitudine
emerge costante. Rivendicata subito, fin dall’infanzia, in antitesi con Stendhal
che la sua infanzia ricordava come tempo di tirannie e prepotenze: “Per me
l’infanzia è un paradiso perduto. Tutti erano buoni con me, ero il re della
casa. Anche personaggi che poi mi furono ostili” - al lettore
promettendo-minacciando “un Paradiso Terrestre e perduto”.
Nel febbraio del 1943, scrivendo
alla moglie “Licy” della loro futura casa a Palermo ha occhio solo per la natura:
“La campagna è incantevole, tutta in toni di grigio molto delicati; il grigio argenteo
degli ulivi si fonde con il grigio perla del cielo, e i mandorli già fioriti
gettano lievi sul paesaggio ombre di luce bianca rosata e rosa biancastra…. Il
mare sembra di latte e le isole vi sono poggiate sopra come dei grossi fiocchi
di fumo…. Intorno alla nostra futura casa i limoni sono carichi di frutti. C’è
un albero stranissimo carico nello stesso tempo di grossi limoni e di grosse
arance…”.
Qualche giorno prima, dello stesso
mese di febbraio, ha scritto, benché non
immemore della guerra: “La campagna è piena di rose rosse, di mandorli fioriti,
di narcisi selvatici, e con gli alberi carichi di limoni è veramente una bellezza.
Ma proprio a un passo quante atroci cose accadono….”..
Cronache della differenza:
Napoli
È il centro e il cervello del raggiro
anziani. In forme sofisticate, con eccesso di capacità organizzative (i riferimenti per i controlli,
assicurativi, di polizia, di sanità, etc., anche bancari) e di introspezioni
psicologiche. A danno di persone forse deboli, ma senza violenza e con abilità
- tatto, ragionevolezza, generazione di ansie, di colpevolezza, etc.. Il vecchio
furto con destrezza aggiornato alla terza età e alle vite in solitudine. Con le usate capacità mimetiche,
attoriali, registiche. Però, quanta energia e managerialità, applicata al
delitto.
Si segnala perfino per la
“gestione” del reddito di cittadinanza. Con la vecchia regolamentazione, lassista,
di Conte e con quella, restrittiva, di Meloni. Molti percettori lo hanno percepito
senza aver fatto domanda e senza nemmeno sapere a opera di chi - cioè sapendo
di avere mille euro da “qualcuno”. Il delitto perfetto?
Del resto a Napoli e dintorni non
esiste nemmeno un elenco delle case popolari su cui basare la graduatoria degli
aventi diritto - si sa che ce ne sono e che sono abitate. Lo dice Meloni, ma
nessuno obietta.
“Conobbi Raffaele (La Capria)
solo negli anni Ottanta, a una cena da Giosetta Fioroni. Capii subito che anche
lui, come me”, chi parla è Elisabetta Rasy, “era fuggito da Napoli”. Una città
da cui “si fugge” – si fuggiva perlomeno, fino a non molti anni fa. Senza rimedio?
Salvo la nostalgia: “La nostra amicizia”,
continua Rasy parlando sempre di La Capria, “crebbe sul sentimento della perdita. Su qualcosa
che la città, nonostante tutto, ci aveva donato e che si era smarrita!”. Negli
stessi anni anche scrittori che per Roma avevano abbandonato Milano. Ma senza acrimonia
– giusto quel pizzico per insaporirne il racconto. Si può emigrare senza
risentimento, ma con Napoli non avviene?
Non si ricordano regine sabaude
o italiane – giusto Maria José, per un mese o due. Se ne ricordano invece di
napoletane. Spose, e quindi straniere, ma a Napoli attive e onorate. Anche la
sabauda Maria Cristina, ora beata, madre dell’ultimo re, cacciato dai Savoia. Maria Sofia,
sorella di “Sissi” e sposa di Francesco II, che regnò meno di due anni, è ancora onorata per la tenacia, e la capacità politica. Dopo l’invasione francese del
1799 fu la teutonica Maria Carolina a dare battaglia nella penisola, dal
rifugio di Palermo, in collegamento con metà delle cancellerie europee.
Un’altra Absburgo, Maria
Teresa, sposa di Ferdinando II, il penultimo re, provò a salvare il regno col suo
proprio figlio Luigi invece del figliastro “Franceschiello” - ma era del partito
reazionario.
Molte storie se ne fanno, ma
come di esseri avulsi da Napoli, mentre erano ben “napoletane”.
“Qui manca un centro sportivo.
Non c’è un settore giovanile”, lamenta Conte, l’allenatore del Napoli, che
potrebbe (ri)vincere lo scudetto. Manca sempre qualcosa per il “decollo”
economico. L’ingegnosità supplisce all’accumulazione – la struttura, l’organizzazione,
la tenuta o durata - essenziale alla crescita stabile, allo “sviluppo”.
Finalmente a Napoli, dopo il lungo
“esilio” a Palermo, Ippolito Nievo ne scrive il 2 febbraio 1861 alla cugina
Bice un po’ estasiato: “Quella bella Svizzera Meridionale che circonda Napoli”
detto delle ville vesuviane. Ma poi le dice: “Ti accorgi che vo diventando tronfio
come un Napoletano?”
Precedentemente, ottobre 1860, uno dei fratelli minori di Ippolito Nievo, Carlo, mentre era accampato a Sessa
Aurunca, in attesa dell’assalto alla fortezza di Gaeta, gli scriveva: “Fin ora
sul Napoletano non vedi che paesi da far vomito al solo entrarvi, altro che
annessione e voti popolari! dal Tronto a qui dove sono, io farei abbruciare
vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti! passando i nostri generali ed
anche il Re ne fecero fucilare qualcheduno; ma ci vuole ben altro!”
Virgilio, mantovano di nascita, fu napoletano di
adozione. Il personaggio più dimenticato a Napoli, fra tante celebrazioni cittadine,
patrie, storiche, sentimentali.
La metropolitana che si ferma, per molte ore, “per le troppe assenze dei
guidatori”, in effetti è proprio teatro.